mercoledì 19 agosto 2009

L'incidente. (3)

Il funzionario prese il piccolo dizionario trovato sul luogo del delitto e lo mostrò al Dirigente scolastico, rivelandogli che, dopo quanto aveva appreso, era necessario sentire tutti gli studenti di lingua araba presenti nell'istituto.
Il dirigente fece presto a convocarli, dal momento che erano solamente tre: la ragazza del chador,
una yemenita, e due giovani palestinesi fuori corso di venticinque e ventuno anni.
Il commissario spiegò loro il motivo per cui era lì e volle sapere se qualcuno riconosceva come suo il dizionarietto. I tre giovani lo esaminarono, ma negarono tutti e tre di esserne i proprietari.
- Noi non siamo certo le uniche persone di lingua araba residenti in questa città! - disse Fatima, la ragazza yemenita.
- Oh, certamente! Questo lo so.
- E dunque? - riprese la ragazza con un tono che voleva significare "perché venite proprio da noi?"
- E, dunque, bisogna che da qualche parte cominciamo! - rispose Loiacono.
- Perché proprio da qui? - insistette uno dei giovani palestinesi.
- Per il fatto che la professoressa Valle insegnava in questa scuola. Se permette, però, le domande le faccio io.
- Prego! - esclamò il giovane con malcelata ironia.
Il commissario, incurante del tono ostile che i tre giovani manifestavano nei suoi confronti, domandò quali erano stati i loro rapporti con la professoressa assassinata.
Il più grande del gruppo fece un cenno per far capire che, per parlare liberamente, avrebbero preferito che il capo d'istituto non fosse presente.
Il commissario chiese al dirigente di uscire.
Poi, appena furono soli, il giovane, che si chiamava Ibrahim Kassam, si espresse per tutti sostenendo che la professoressa era stata una brava insegnante, ma che dal punto di vista umano aveva sbagliato tutto e aveva creato nei loro riguardi una situazione conflittuale che spesso provocava liti e dialoghi serrati. I ragazzi affermarono anche che "la signora Valle" (al commissario non sfuggì il tono di profondo disprezzo con il quale si esprimevano, facendo il suo nome) era razzista e profondamente intollerante verso usanze diverse, in particolare nei confronti di quelle che rompevano un certo ordine prestabilito. La vicenda del chador era stata emblematica. E' noto che, nel mondo islamico, vige questa usanza, che è un obbligo per tutte le donne oneste. La Valle, però, la giudicava eccessivamente legalistica, barbarica e retrograda: in una parola, "un vecchiume" (questa era stata la spiegazione che i giovani avevano dato ai tre aggettivi usati dall'insegnante). Secondo il suo modo di vedere, infatti, il motivo per cui una tale usanza continuava a sussistere, era rappresentato dall'incapacità delle donne stesse a ribellarsi. E, come se non bastasse, le immigrate continuavano a indossarlo anche in Occidente! I tre giovani aggiunsero che questa polemica era stata solo una delle tante occasioni di conflitto con quell'insegnante. Spiegarono che c'erano state discussioni anche su altre questioni, sulle quali, però, non scesero nei particolari né il poliziotto fece domande. Tutti gli studenti della scuola potevano testimoniare fino a che punto i tre musulmani fossero stati fatti oggetto di continue frasi e parole ironiche e quanto si fossero stancati di quel clima.
- E l'avete uccisa. - concluse il commissario.
I tre giovani negarono. Dissero che, spesso, avevano provato un sentimento forte nei confronti di quella donna, ammisero che non erano certamente addolorati per la sua morte, ma rifiutarono l'idea che qualcuno potesse accusarli di omicidio.
Il commissario aveva previsto una reazione di questo genere. Era ben consapevole che una rapida soluzione del caso fosse improbabile, tuttavia si convinse che l'omicidio doveva essere maturato in quel contesto e ritenne opportuno approfondirne la conoscenza.
- Signor commissario, lei crede che l'assassino sia da cercare qui, piuttosto che nell'ambiente dell'ingegnere? - domandò l'agente De Simone, una volta soli.
- Non lo so ancora! - rispose Gregorio. - Questi ragazzi, però, mi interessano.
In quel controllo a scuola, i poliziotti avevano anche raccolto testimonianze riguardanti la vittima, il suo carattere, nonché il suo rapporto con i colleghi. Il commissario aveva saputo in particolare che Laura Valle era stata un'ottima insegnante (cosa, del resto, testimoniata anche dagli immigrati), lavorava da anni in quell'istituto ed era generalmente apprezzata da tutti i colleghi. Le sue buone qualità, la sua disponibilità nel venire incontro ai problemi degli altri, facevano facilmente passare sopra a diversi difetti, in particolare ad una certa ottusità nel carattere, che la portava ad essere rigidamente fedele alle sue convinzioni.
Loiacono si era convinto che i colleghi non avessero avuto alcun ruolo nell'omicidio. Se esso era maturato in quell'ambiente, maggiormente indiziati risultavano gli studenti e, in particolare, gli arabi. Per questo motivo, bisognava ascoltare gli amici dei tre giovani.
All'uscita della scuola fermò alcuni ragazzi, che sapeva compagni di classe di Fatima, mostrò loro il dizionario e domandò se apparteneva all'amica yemenita.
Alla risposta negativa, domandò:
- Com'è la vostra amica?
I ragazzi si scambiarono sguardi perplessi, ridacchiando: Fatima era molto riservata. Il suo atteggiamento era quello di una persona che si considerava diversa, forse superiore. Avvolta nel chador, seduta nel suo banco, sola, apriva bocca soltanto quando qualcuno l'interpellava o durante le interrogazioni. Aveva pochissimi amici.
- E voi non le parlate? Non le mostrate affetto, interesse... - domandò il commissario.
- Ci proviamo, ma è inutile! È molto introversa. Risponde sempre a monosillabi...
- E con i professori, come si comporta?
- Uguale! Qualche apertura la mostra con la Taranto, la prof di Educazione fisica.
- Con la professoressa di Educazione fisica? - ripeté meravigliato il commissario. - Perché?
- Dice che è l'unica che la capisce!
- Forse perché è musulmana anche lei! – esclamò, ridendo, un altro del gruppo.
- Davvero?
- Non gli dia retta, signor commissario! - si affrettò a dire la ragazza che aveva parlato prima. - Si tratta di uno scherzo!
Ma il commissario non sembrò apprezzare affatto:
- C'è poco da scherzare, ragazzi! Qui si annida un assassino e io devo trovarlo.
- E crede che Fatima...
- Non so che cosa pensare! Sul luogo del delitto abbiamo trovato un piccolo dizionario d'Italiano con una scritta che sembra una dedica a caratteri arabi.
- Allora, che ne dite: Fatima sarebbe capace di uccidere? – intervenne De Simone.
- Ma no! - rispose uno degli studenti. - Provi, magari, a sentire Ibrahim Kassam e Mohammed Farrah, i due Palestinesi della Quinta B. Forse potranno aiutarla meglio di noi.
- Li ho conosciuti e me ne sono fatto un'idea piuttosto chiara. - affermò il commissario. - Voialtri, piuttosto, che mi sapete dire di loro?
- Io li conosco bene. - rispose uno del gruppo. - Ci frequentiamo abbastanza, anche se non posso dire che siamo amici. Sono un po' strani. Non è sempre facile stare insieme. Vanno in collera facilmente, ma se li prendi per il loro verso, sono dei bravi ragazzi e andare d'accordo non è impossibile. Insieme parliamo di tutto e, in molte cose, la pensiamo allo stesso modo. Su un solo argomento non siamo mai in grado di confrontarci: la religione. Io sono cattolico, ma non tanto praticante, e non riesco a capire come si possano seguire tante norme e regole senza battere ciglio...
- Beh, se uno ci crede veramente... - tentò di dire l'amica.
- E le loro frequentazioni? – domandò il commissario.
- A volte li vedo con quelli come loro…
- Che vuol dire “quelli come loro”? – domandò De Simone.
- Mah, non saprei… Musulmani, immigrati vari…
- … e anche gente che non mi piace! – s'intromise un altro ragazzo.
- Vuoi essere più chiaro?
- Gente di strada, prostitute… Non mi meraviglierei se spacciassero… specialmente Mohammed!
- Ehi, - fece la ragazza che aveva parlato prima, - e tu come sai che frequentano quegli ambienti? Non è che pure tu…
No, - rispose il giovane, arrossendo, - e che… me lo dicono loro stessi!
Loiacono e De Simone credettero di non poter giurare sulla sincerità di quella risposta. Comunque, era piuttosto evidente che sui Palestinesi dai giovani non avrebbe potuto sapere di più.
- E della professoressa che mi sapete dire? - domandò ancora.
- Una continua rottura! - rispose il ragazzo – Siamo stati contenti quando qualcuno ci disse che aveva chiesto il trasferimento, ma non meritava di fare quella fine.
- Ma con voi studenti com'era?
- Credeva che esistesse soltanto la sua materia. Assegnava tanti compiti. Noi ci ribellavamo, qualche volta anche con il preside, ma...
- Ma non c'era niente da fare! Era una con cui era impossibile dialogare...
- Sì, però con chi voleva lei parlava e rideva. - interloquì un altro ragazzo del gruppo.
- Aveva le sue preferenze. - concluse un altro.
- Ci hanno detto che era una gran fumatrice. – riprese il commissario. – Che mi sapete dire a proposito?
- E che c’è da dire? Fumava!
- Solo nicotina?
- Sì! A volte era un po’ strana, ma non credo che si drogava.
Il commissario rifletté qualche minuto. Con quei ragazzi credette di aver finito davvero. Li salutò con un gesto cordiale della mano e li lasciò per far ritorno in questura.
Il funzionario non voleva sbilanciarsi in una risposta decisiva. Avrebbe dovuto sentire altre testimonianze e solo dopo avrebbe avuto elementi sufficienti per tirare le conclusioni. Era convinto, però, che lo studente che aveva manifestato il dubbio che Farrah se la facesse con gente di dubbia fama e, forse, anche con spacciatori lo aveva messo su una buona strada. La testimonianza, infatti, coincideva con il risultato della perizia medico-legale che prospettava che l’assassino, prima di dare il colpo mortale, avesse drogato la vittima e, successivamente, simulato l’incidente. Era chiaro che, se davvero il Farrah avesse a che fare con il mondo della droga, l'autore - o uno degli autori - dell'omicidio era proprio lui.
Il giorno dopo, mandò De Simone e qualche altro agente nei luoghi dove si riunivano gli immigrati, musulmani e non, per prendere informazioni sui due Palestinesi. Egli si sarebbe nuovamente recato al liceo. Avrebbe sentito la professoressa Taranto, l'insegnante di Educazione fisica e approfondito, tramite lei, la conoscenza di Fatima e della vittima. Dopo aver avuto dagli agenti un rapporto completo, avrebbe potuto tirare le sue conclusioni. Sua convinzione era che i tre giovani fossero dei fondamentalisti, ma la sua mente si poneva altri interrogativi. Il fondamentalismo non era di per sé un reato. La sua mente gli poneva, quindi, interrogativi di altro genere. Era realistico pensare alla colpevolezza di quei giovani? Dei fanatici avrebbero potuto trovare un buon movente per liberarsi di una persona indesiderata, e vendicare Fatima poteva essere sicuramente un buon movente. Ma non aveva prove concrete. Il famoso dizionarietto non era proprio un'ottima prova. Loiacono ci pensò su. Aprì il libro sul frontespizio e fissò per alcuni minuti la dedica in lingua araba. Affidò ad un agente il compito di ricavare, tramite l'università o navigando in Internet, una traduzione e si diresse verso il liceo Scientifico.

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