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lunedì 15 luglio 2013

Un'inconsueta pandemia: l'«Inferno» di Dan Brown. / 1^ parte.



I luoghi più caldi dell’Inferno sono riservati a coloro che in tempi di grande crisi morale si mantengono neutrali.


Robert Langdon, l’esperto di simbologia di Harvard, che abbiamo imparato a conoscere nei precedenti best seller di Dan Brown, si ritrova in un ospedale fiorentino, vittima di un proiettile che gli ha sforacchiato di striscio la nuca, provocandogli una complicata amnesia. Secondo i medici, il dottor Marconi, che troverà la morte in un nuovo tentativo di omicidio, e la dottoressa inglese Sienna Brooks, tirocinante nel nosocomio italiano, che accompagnerà Langdon nelle rocambolesche fughe tra palazzi, musei e visite ad opere d’arte nella città medicea, qualcuno vuole uccidere il professore americano perché depositario di un segreto o a causa dei risultati di una ricerca. Sienna, dunque, si porrà come una guida dello smemorato Langdon allorquando lo stesso paziente, alloggiato nella sua casa per cambiarsi d’abito e rimettersi in sesto, si scoprirà avere addosso, cucito nella fodera della sua giacca di Tweed, un miniproiettore digitale che manda l’immagine della famosa Mappa dell’Inferno dantesco dipinta da Sandro Botticelli (1445-1510) riprodotta con alcune importanti infedeltà nella rappresentazione dei gironi e delle pene relative.
La risoluzione di un anagramma rettamente interpretato e la scoperta da parte di Sienna che il suo “beniamino” sarebbe nel mirino dello stesso governo statunitense che, attraverso il suo Consolato in Italia, dovrebbe invece proteggerlo e aiutarlo, danno inizio ad una “visita a marce forzate” nella Firenze storica alla ricerca di alcuni oggetti (nell’ordine: un dipinto di Giorgio Vasari – la
Battaglia di Marciano nel Salone dei Cinquecento di Palazzo Vecchio, una banale copia della Commedia e
la maschera funeraria di Dante Alighieri, anch’essa conservata a Palazzo Vecchio) e nel tentativo di fuggire i sicari del governo degli USA.

Ma le cose stanno veramente così? Quale interesse avrebbe la giovane e bella dottoressa inglese ad aiutare il professor Langdon? Perché nella mente del professore si accavallano strane immagini infernali e corpi ammassati in un lago di sangue? E chi è quella donna dai capelli argentei che, nelle visioni, gli chiede aiuto e che, nella realtà, scorgerà, visibilmente drogata, nel furgone dei suoi inseguitori? E che significato ha
la maschera a becco di uccello rapace usata dai medici del Rinascimento con gli ammalati di peste nera?

In realtà, a Venezia, dove alcuni versi scritti sulla maschera di Dante avranno spinto i nostri, molti nodi verranno al pettine e i lettori saranno messi al corrente di particolari, che, a dire il vero, già si intuivano da svariate pagine. La frase apposta all’inizio di questo intervento è riportata in epigrafe al libro e costituisce il leitmotiv del romanzo. Nell’opera la frase rappresenta la dedica scritta da un misterioso personaggio su una copia dell’Inferno regalata ad un tale che si fa chiamare il Rettore e che dirige da un panfilo travestito da nave militare (o una nave militare travestita da panfilo?) un fantomatico Consortium che si occupa, senza chiederne il fine, di manipolare la realtà.
Nella stessa città lagunare, il professore di Harvard, mentre con Sienna risale, attraverso un tombino, dai sotterranei della Basilica di S. Marco, viene tramortito e fatto prigioniero dai suoi inseguitori, mentre la ragazza riesce a fuggire, borbottando al suo “compagno” ambigue parole di scusa.
Quando ritorna in sé, Elizabeth Sinskey, la donna dai capelli argentei, che si presenta come direttrice dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, lo mette al corrente della realtà, facendogli capire che non è tutto come sembra e che dovrà imparare a non fidarsi troppo di chi gli sta vicino. Il problema al quale l’OMS dovrà far fronte è quello di evitare una terribile pandemia atta a decimare la popolazione per poterne migliorare le condizioni di vita, evitando la fine delle risorse planetarie e la conseguente inevitabile estinzione del genere umano.
Il fantomatico Rettore, per la prima volta in vita sua, ha rotto il contratto stipulato con Bertrand Zobrist, genio miliardario dell’ingegneria genetica e rappresentante di punta della filosofia transumanista, e, dopo aver visionato un orrido filmato che avrebbe dovuto mettere in rete, senza visionarlo, il giorno successivo e grazie anche al suicidio del committente (gettatosi dalla torre di Palazzo Vecchio), si mette a collaborare con l’OMS (fino ad un certo punto, però!).
Langdon viene, dunque, a sapere che gli attentati, di cui sarebbe stato fatto vittima, sono state finzioni create dal Consortium e che, in realtà, è stato chiamato a Firenze proprio dalla Sinskey per trovare una famigerata sacca nascosta nella pozza di una cripta (una “laguna che non riflette stelle” e un “imo palagio”), che scioltasi, dovrebbe liberare un pericoloso virus. Viene a conoscenza, altresì, che Sienna Brooks è stata l’amante di Zobrist e anche lei ha aderito al Transumanesimo e, continuando ad interpretare i versi incisi sulla maschera di Dante, intuisce che deve dirigersi a Istanbul, nell’antica
Basilica – poi moschea – di Santa Sofia (ora museo, il “dorato mouseion di divina sapienza” del romanzo). La meta finale, dunque, non è Venezia ma la città turca. I precedenti calcoli erano tutti errati. Sienna si è preso gioco di lui o il suo cervello comincia a far acqua? Comunque sia, il lettore assiste ad un finale fantascientifico e ad un colpo di scena in verità poco credibile. I nostri eroi arrivano tardi. Dopo varie vicissitudini ed inseguimenti nell’antico edificio di culto, in cui ricompare (in versione Eva Kant, con tuta nera) Sienna, Langdon e Brüder (il capo della squadra di contenimento che isola, all’ordine dell’OMS, i luoghi infetti) constatano che la sacca contenente il virus si è rotta (cioè credono che l’abbia rotta Sienna, poiché i tempi in cui si sarebbe dovuta disciogliere non coincidono; la lapide con la data del giorno successivo e l’epigrafe IN QUESTO LUOGO, IN QUESTA DATA, / IL MONDO È STATO CAMBIATO PER SEMPRE parla chiaro). I due e la Sinskey, che si sono esposti alla zona contagiata, temono di essersi infettati e, quindi, poiché sono convinti che il virus creato da Zobrist sia quello della peste nera, si aspettano ormai solo di dover morire. Il problema grosso, però, è che, secondo un collaboratore di Brüder rimasto in America, grazie ai turisti e agli spettatori di un concerto tenuto nell’area, provenienti da varie nazioni, la pandemia è già in atto.
È a questo punto che i lettori assistono ad un colpo di scena. Langdon, che si è lanciato all’inseguimento di Sienna, riesce a raggiungerla e a farsi dare ragguagli su ciò che è avvenuto. La giovane dottoressa, in un certo senso, tranquillizza Langdon: la pandemia in atto non è di peste nera, ma di infertilità. Il suo ex amante non aveva sintetizzato un virus di peste, ma propriamente quello che si chiama un vettore virale che renderà sterile un terzo della popolazione mondiale per trasmissione umana. Il sogno transumanista di Zobrist, quindi, si avvererà e si avvererà non con la morte a breve giro di miliardi di persone, ma con una più lenta “estinzione” di una parte della popolazione mondiale. Lei, in un primo tempo aveva aderito al progetto; in un secondo tempo, però, aveva capito di trovarsi di fronte un pazzo megalomane e si era data da fare per cercare e neutralizzare il vettore senza, tuttavia, coinvolgere né l’OMS, che in realtà non avrebbe mai davvero preso a cuore il problema della sovrappopolazione mondiale, né i governi, per la sua convinzione secondo cui ogni grande invenzione nelle mani sbagliate è sempre diventata un’arma.
Langdon e la Sinskey, credendo al pentimento della ragazza, cercheranno di convincerla ad intervenire alla sede centrale dell’OMS a Ginevra per fornire informazioni atte a neutralizzare il virus e a trovare un antidoto per le persone colpite. In realtà, fa specie vedere, considerando l’ultima parte dell’ultimo capitolo del libro, che la ragazza a Ginevra non illustrerà affatto i possibili rimedi alla pandemia, ma parlerà dei vantaggi dello sfoltimento della popolazione.
Da che parte sta veramente Sienna Brooks? E Dan Brown?

mercoledì 15 maggio 2013

Cold case per l’ispettrice Petra Delicado.



«Gli onori di casa», l’ultimo romanzo della giallista spagnola Alicia Giménez Bartlett (Sellerio, pp. 211, € 12, 75), mi ha fatto scoprire questa particolare scrittrice (per molti versi, mi pare, assimilabile al nostro Andrea Camilleri) e, più ancora, un mondo letterario forse poco considerato come quello spagnolo.
La trama, molto complessa e ricca di colpi di scena, muove dalla riapertura di un caso di omicidio archiviato cinque anni prima. L’ispettrice Delicado e il suo vice Garzòn non sono per nulla entusiasti della cosa, anche perché la vicenda non ha mai presentato, per la polizia, lati oscuri e, per di più, perché a voler riaprire il caso, contro il parere delle tre figlie del morto, è la vedova e il giudice che accoglie l’istanza è un anziano magistrato che, in prima battuta, Petra crede essere uno di quelli che convivono con vecchi faldoni e il pallino dei casi irrisolti. Dovrà, però, ricredersi sia perché vedrà nel giudice un uomo attivo sia perché usciranno dei particolari che la porteranno ad appassionarsi al caso e a non mollare la presa fino alla scoperta di un “doppio canale” di infiltrazioni camorristiche nell’azienda di famiglia e di una turpe storia di rapporti incestuosi.
Quello che mi ha colpito del romanzo, però, non è tanto la storia poliziesca, che francamente non mi ha “emozionato” più di tanto: un romanzo che tiene quasi fino alla fine su una storia di infiltrazioni camorristiche in un’azienda spagnola in cui è riciclato denaro sporco e che vede la polizia spagnola inviare propri rappresentanti a Roma (a Roma?) e, qui, vedere Petra Delicado rischiare la vita (e, dunque, avere conferma della validità della strada intrapresa), non può avere un esito del tutto differente, di cui si ha sentore solamente negli ultimi due o tre capitolo (il povero Van Dine si rivolterebbe nella tomba, sapendo di una violazione così plateale addirittura della sua regola n° 1). Quello che, invece, mi ha colpito e fatto riflettere è ben altro: mi pare che il punto di forza del romanzo siano proprio i due protagonisti, l’ispettrice Petra Delicado e il suo vice Fermìn Garzòn, personaggi che danno il meglio di sé fuori della questura e dell’ambiente lavorativo, ma più propriamente in quello privato e, precisamente, in quello familiare.
Petra Delicado – il suo nome stesso parla – è una donna inflessibile e dura con se stessa, il suo vice e con i delinquenti con cui ha a che fare, ma sa essere dolce e delicata, in particolare con il secondo marito, Marcos, e i figli di primo letto di lui, ma anche verso gli altri che la circondano saltuariamente. Il tratto che la contraddistingue più specificamente, però, mi sembra la quasi totale assenza di freni morali e/o inibitori (a Roma, per esempio, riesce ad avere un rapporto sessuale con il suo omologo Maurizio Abate, ma il tradimento nei confronti di Marcos non sembra toccarla più di tanto ed evitare di tornare a Roma è l’unica cosa che è capace di fare per evitare di ricadere nell’errore).
Leggendo il romanzo, inoltre, si possono constatare altre particolarità nel carattere dell’ispettrice, penso, ad esempio, ad una certa vena malinconica nei confronti della vita, caratteristica che cerca di bilanciare, riuscendovi perfettamente, con una buona carica di ironia spinta fino al cinismo, specialmente quando parla della vita coniugale e del rapporto fra i sessi e, in particolare, del ruolo della donna all’interno della coppia.
L’altro personaggio, che ho apprezzato molto (forse più della stessa protagonista, è il viceispettore Fermìn Garzòn, un uomo non più tanto giovane e, quindi, poliziotto vecchia maniera. Uomo concreto e senza particolari grilli per la testa, sposato con una certa Beatriz (non vi ricorda nessuno? A me ha fatto venire in mente il nome della moglie del camilleriano Mimì Augello, Beatrice, più conosciuta come Beba), una donna che si indovina piuttosto ricca e certamente non esente da snobismo se ci tiene ad “alzare di grado” la cultura del marito rifornendo ogni suo viaggio di ogni genere di libri un uomo che a Roma, vicino al Colosseo, non si sente discendente di un generale, un imperatore, magari di un Papa, ma solo del servo che probabilmente raccoglieva la cacca dei leoni dell’anfiteatro, un uomo, dunque, non solo di estrazione popolare, ma senza alcuna ambizione e dotato di quel sano realismo che lo rende atto ad assumere, nei confronti del suo diretto superiore, l’atteggiamento di un Sancho Panza con un urbano e improbabile Don Chisciotte della giustizia, un personaggio che dello scudiero del hidalgo della Mancha ha anche quella sana ironia atta a smussare i momenti più drammatici (simpatica la pagina in cui Petra, insieme con Abate, scampa fortunosamente ad un attentato e, ancora tremante, scopre Fermìn che, vicino al Colosseo, si sta facendo fotografare con i “centurioni”).
Un romanzo – e, a maggior ragione, un giallo –, però, credo, non è solo caratterizzazione di personaggi in movimento, ma anche, checché ne dicano molti, una trama ben strutturata. E, per poter parlare di altri particolari aspetti di questo romanzo, è necessario anche alla vicenda.
La Bartlett manda i suoi protagonisti in Italia e questi collaborano con la nostra Polizia. In un primo tempo, Petra non è molto entusiasta delle condizioni in cui è costretta ad operare, soprattutto a causa del fatto che la legge impone loro, in quanto ospiti, di non girare armati e senza la supervisione dei due omologhi locali, ma anche perché lei e l’ispettore italiano hanno rispettivamente due obiettivi differenti: Abate ha di mira solo la criminalità organizzata (d’altra parte, è giusto che le nostre forze dell’ordine abbiano sempre di mira di pulire il nostro Paese da questo cancro); Petra, invece, se vogliamo in piena consonanza con la contrarietà mostrata nelle condizioni in cui dovrà operare, ma anche, credo, per una certa ristrettezza di vedute, vuole, a tutti i costi e quanto prima, far uscire allo scoperto il vero assassino di Adolfo Siguàn. Nell’ambito di questa situazione, s’intravede un particolare degno di nota, ma che, francamente, non mi riesce di collocare nella giusta posizione di pensiero della nostra ispettrice o della sua autrice: è una certa avversione nei confronti – almeno all’inizio del suo soggiorno – verso l’Italia, criticata soprattutto per una presunta arretratezza nei costumi (!) – soprattutto a causa della presenza del Vaticano e delle numerose chiese (accusa che, all’Italia danno anche i cosiddetti Progressisti del nostro Paese) –, e i poliziotti italiani, che vede disorganizzati e faciloni, oltre che amanti della buona tavola (per la grande gioia di Garzòn), salvo poi ricredersi quando constaterà che la Polizia italiana non è poi così disorganizzata, quando l’ispettore Abate continuerà a tenere presente il suo caso, nonostante il gran daffare intorno all’inchiesta di camorra (cui, per altro, non è direttamente collegata) e… dopo che i due ispettori avranno dato sfogo alle rispettive tempeste ormonali.
Come si può vedere, il romanzo «Gli onori di casa» non offre molte novità nella tecnica giallistica contemporanea (anzi, offre piuttosto delle cadute abbastanza gravi, per non parlare di quello che, personalmente, credo essere un vero e proprio peccato mortale per il romanzo poliziesco, cioè l’eccessiva descrizione della vita privata del protagonista, caratteristica che, mentre da una parte permette la creazione di un personaggio a tutto tondo, focalizzando l’attenzione su tutti gli aspetti caratteriali del personaggio, tuttavia inserisce elementi estranei al sottogenere narrativo chiamato “giallo” o “poliziesco” e che contribuiscono ad indebolire la comprensione circa l’andamento dell’indagine, che dovrebbe essere il solo scopo del giallista. Un certo interesse, invece, mi ha destato la capacità della Bartlett di indurre il lettore a focalizzare l’attenzione su alcuni aspetti importanti delle società europee del nostro tempo: la generalizzata crisi che sta mettendo in ginocchio il tessuto economico e sociale del Vecchio Continente, permettendo chiusure di imprese o la loro caduta nelle mani della grande criminalità internazionale, e la decadenza dell’istituto familiare che si sfalda nelle sue fibre più intime, creando incomprensione fra i suoi membri più vicini. Nel romanzo risulterà, infatti, chiaro che i guai della famiglia Siguàn non sono cominciati né quando Adolfo, incestuoso padre-orco, ha abusato delle due figlie più grandi, Nuria ed Elisa né quando lo stesso Adolfo ha prestato la sua azienda agli affari sporchi della camorra italiana, ma solo quando si è cominciata a sfaldare quando, con la caduta nella rete dell’orco della sorella minore, Rosario, è venuta meno tutta la perbenistica coltre di complice ipocrisia che permetteva tante ingiustizie.
Credo di dover, quindi, concludere che la forza di questo romanzo non sia tanto nella soluzione intelligente di un intrigo, ma piuttosto nell’analisi, condotta con una verve ironica particolarmente pungente, e pessimistica, degli spinosi problemi dell’umana convivenza nella società odierna, una società in cui le problematiche interpersonali, a partire, da quelli posti dalla famiglia, sono discussi, quando sono discussi, con così grande superficialità da non essere risolti, ma in realtà elusi o, spesso, aggravati. Un vero romanzo contemporaneo e della contemporaneità, in cui la letteratura della crisi si fa, purtroppo, crisi della letteratura, cioè crisi delle finalità della letteratura, che rinuncia a cercare possibili soluzioni ai problemi che denuncia.

venerdì 26 aprile 2013

Pesanti "segreti", quelli di Hannah Richell!




Venduto in venti Paesi, giudicato assai positivamente dalla critica e premiato dai librai, Le bambine che cercavano conchiglie (o, con il titolo originale inglese, The secrets of the Tide, come cercherò di spiegare, molto più calzante; Garzanti, febbraio 2013, pagg. 416, € 18, 60) è l’opera prima di una esordiente inglese naturalizzata australiana proveniente dal mondo del cinema.
La trama si racconta in due parole: una donna, travolta da sensi di colpa causati da un tremendo passato che ha disgregato la sua famiglia, per amore del bambino che porta in grembo, si mette in viaggio (un viaggio che sarà anche interiore) per cercare di recuperare rapporti interrotti e “guarire” dal proprio travaglio.
L’intreccio, ovviamente, è molto più articolato e, ad onor del vero, caratterizzato da una scrittura non sempre d’alto livello. Interessante è, però, come l’autrice sviluppa questa semplice trama fino a costruire una sorta di romanzo di formazione, in cui, però, è l’intera famiglia a crescere e a superare la crisi (che, poi, non sarà, come spiegherò più avanti un vero e proprio superamento, ma solo una parvenza di superamento). Ciò che, a mio avviso, rappresenta, invece, una delle pecche più gravi è la suddivisione non nei capitoli tradizionali, ma in unità tematiche dal contenuto più “psicologico” che “cronologico”. Le unità narrative segnalano, all’interno del romanzo, due piani temporali, quello dell’oggi della protagonista, Dora, e quello del passato, risalente a undici anni prima, e della tragedia che ha disgregato la famiglia. Una soluzione molto ben azzeccata per un romanzo costruito sul passato e sulla sua “fruizione psicologica” da parte di chi l’ha vissuto, ma non ben gestita fino in fondo, poiché questi flashback sono completamente autonomi rispetto al resto della storia, non costituiscono, come sarebbe stato più opportuno, ricordi di Dora o racconti dei vari personaggi protagonisti di questi altri “segmenti temporali”, ma semplicemente un ampio antefatto contenente troppi particolari.
La vera protagonista della storia, dunque, è l’intera famiglia Tide (Richard e Helen con le loro figlie Cassandra, o Cassie o anche Cass, e Pandora, o Dora) che, come detto, a poco a poco, prende consapevolezza di sé grazie al parziale superamento della crisi in cui l’aveva gettata la drammatica perdita di un altro componente, il piccolo Alfred, o Alfie, vicenda che tinge il romanzo di una stimolante vena noir. La famiglia, dunque. E, credo, non solo i Tide, ma proprio l’istituzione in sé della famiglia, cioè quella cellula primaria della società che oggi tutti dicono di difendere, ma che tutti bistrattano e cercano in ogni modo di distruggere.
La Richell, dunque, dal suo personalissimo punto di vista, attraverso la vicenda dei Tide, mostra come i rapporti all’interno di una famiglia tendano a sfaldarsi quando si spezza “il sottile ma resistente filo che la tiene insieme” (per riprendere un’espressione del recensionista del Daily Mail). E, leggendo il romanzo, si capisce molto bene che questo “sottile ma resistente filo” è la fiducia, una fiducia, però, che non è la semplice stima dell’uno per l’altro (che già sarebbe tanto), ma quel sentimento che ti permette di affidarti a chi ti sta vicino perché sai che, al di là delle apparenze, questi vuole ciò che vuoi tu, anche se, magari, in maniera diversa. Nel romanzo, infatti, l’inizio della disgregazione è costituito dalla morte dei genitori di Richard e, precisamente, quando l’uomo comincia a prendersi cura della villa dove abitavano, venerandola come un santuario e imponendo alla famiglia un mal digerito trasloco. Le bambine amano quel posto e, in particolare, il vicino mare e le sue coste alte e rocciose, dove, spesso passeggiano e si divertono a raccogliere conchiglie, ma Helen riesce a vedere solo l’egoistico ed infantile attaccamento del marito a quella casa e l’imposizione di una vita lontana dal mondo accademico londinese, di cui faceva parte (anche se il marito le ha promesso che sarà solo fino a quando le bambine saranno più grandi).
Tutto questo insinua nel suo animo il dubbio che Richard non l’ami più come una volta. La nascita di un terzo figlio, che Helen, forse un po’ per compiacere il marito, chiama Alfred, o Alfie, come suo padre, sembra consolarla un po’, ma è l’inizio della fine della famiglia, poiché segna il reciproco allontanamento tra la madre e le figlie, allontanamento di cui risentirà anche lei, perché i rapporti umani si nutrono di reciprocità. È adesso che un pittore, conosciuto per caso in una galleria d’arte dove esponeva e ritrovato come collega nell’Università dove, nel frattempo, è ritornata ad insegnare, diventa il suo amante, circostanza che causerà tutta una serie di eventi che, indirettamente, porteranno alla morte di una creatura innocente, all’inizio di una complessa ridda di sensi di colpa e di accuse scambievoli che mineranno in profondità i rapporti fra i membri della famiglia, provocando l’allontanamento dei membri.


L’aspetto noir.

Il romanzo ha, innegabilmente, anche un aspetto noir. Lo innesca la morte del piccolo Alfie. Essa avviene grazie all’egoismo dei suoi genitori e al senso di ribellione e alla sbadataggine delle sorelle maggiori, soprattutto della più grande, Cassie, ormai sulla soglia dell’adolescenza. La ragazza, alla ricerca di quelle attenzioni di cui ha bisogno una giovinetta che diventa donna, è presa da un senso di ribellione di fronte all’atteggiamento dei genitori, che hanno rivolto la maggior parte delle loro cure verso il nuovo arrivato. Dapprima, dunque, cerca di coinvolgere Dora in una sorta di patto di mutua assistenza, in un secondo tempo, si chiude in se stessa e la sua aggressività sfocerà in segreti gesti autolesionisti, fumo di marijuana e, infine, nella scoperta della propria omosessualità. Il suo desiderio di trasgressione farà precipitare l’equilibrio precario creatosi all’interno della famiglia.

«È una bella giornata estiva. Richard è al lavoro. Helen, già in ferie dall’università, con una scusa scappa dall’amante e affida il piccolo Alfie alle ragazze, che, per non rinunciare ad una giornata di mare se lo portano dietro al Dirupo, uno delle tante cavità scavate nelle coste alte e rocciose del Dorset, luogo segreto frequentato da innamorati in cerca di intimità, dove Cassie ha progettato di appartarsi e, all’insaputa della sorella, avere, tra i fumi della droga, il primo rapporto con l’amica Sam. Una puntata al bar e l’indugio con un amico di scuola da parte di Dora farà perdere e, successivamente, annegare il bambino che, trascurato da entrambe le sorelle, si è messo a giocare da solo.
Il corpo del piccolo Alfie non sarà mai ritrovato e la verità vera non sarà mai nota (solamente nelle ultime pagine, consapevolmente ed inconsapevolmente, tutti i nodi verranno al pettine) e ciascuno dei Tide si porterà dentro la sua parte di colpa, soffrendo per proprio conto e facendo soffrire gli altri: in primo luogo Helen, che allo strazio della perdita del figlio deve aggiungere il dolore per il doppio tradimento nei confronti di un marito, che contrariamente a quanto aveva precedentemente creduto si è mostrato un uomo buono e generoso, e dello stesso Alfie, poi Richard, distrutto da una presunta incapacità nel portare avanti, insieme alla Polizia, le ricerche del figlio e dall’inettitudine alla protezione della famiglia, Dora, che unica ad aver confessato alla madre quella che crede la ragione della tragedia, ma che è soltanto la sua parte di colpa, soffrirà un vero e proprio ripudio da parte della madre e, infine, Cassie, che, consapevole di essere la vera colpevole, prima di risistemare la sua vita attorno ad un progetto di agricoltura biologica insieme alla sua compagna e ad alcuni amici, scappa di casa e arriva a tentare il suicidio.»

Credo che sia chiaro, dunque, che l’aspetto più originale di questo noir sui generis sia, non tanto la scoperta di come sono andate le cose (che il lettore, almeno per sommi capi, conosce perché narrati nei “flashback”), ma piuttosto la suspense della modalità con cui ciascuno dei personaggi cerca di mettere a posto o almeno di rivelare le sue colpe vere o presunte, rivelazioni delle varie verità, però, che non apporteranno alcuna modifica sostanziale agli equilibri creatisi dopo il fattaccio né potrà esserci davvero un perdono (perdono di cui parla il critico del periodico Grazia UK), proprio perché il perdono sottintende un cambiamento. L’atto finale del romanzo sarà il matrimonio di Dora e del compagno Daniel (Dan), evento sancito dalla nascita della loro figlia, che, non a caso, chiameranno Speranza, cioè con il nome che diamo a quell’attesa di eventi che ci permette di vivere il presente in attesa di un futuro migliore.
Ma è possibile un futuro migliore senza il definitivo e volontario superamento delle impasse presenti?


Forma narrativa.

Le bambine che cercavano conchiglie è un romanzo grosso, e non solo in senso quantitativo, ma anche qualitativo. A mio parere, la Richell ha parlato di molte cose, ma non è riuscita pienamente a gestire la mole di informazioni. Ho ampiamente illustrato la presenza dei due piani del passato e del presente e dei vari protagonisti al centro delle unità narrative. Da qui – credo sia facile dedurlo – scaturisce la presenza di vari punti di vista (anche se mascherati da una uniforme terza persona onnisciente), cosa che, diciamolo francamente, un bravo scrittore dovrebbe evitare. Credo, dunque, di non scandalizzare nessuno se dico che questo romanzo, benché di grande successo e nonostante sia passato al vaglio di un agente letterario, rimane l’opera di un’esordiente proveniente dal mondo del cinema, cioè da un’arte nella quale la presenza di flashback e di più piani serve a risolvere numerosi problemi narrativi. In letteratura, però, i problemi narrativi vanno risolti in ben altro modo e, nel nostro caso, quello che sarebbe servito alla nostra esordiente sarebbe stata una sostanziosa scrematura nell’intreccio ed una maggiore unitarietà nella narrazione. A parte queste pecche, che, a quanto pare, la critica e il pubblico non hanno notato, però, questo romanzo rappresenta una lettura piacevole, in cui si fanno notare, oltre alle dinamiche psicologiche rese con buon realismo, anche un linguaggio scorrevole e privo di volgarità e il pudore, per altro forse tipicamente anglosassone (Niente sesso, siamo inglesi! recitava una vecchia commedia americana del 1971, portata in Italia da Garinei e Giovannini due anni dopo, ma di grande successo fino agli anni ottanta), nella descrizione di particolari scabrosi che un certo tipo di letteratura nostrana molto in voga avrebbe senz’altro esaltato.

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