lunedì 23 aprile 2012

La mia prima intervista. «Chi ha ucciso Babbo Natale» [sic!].

INTERVISTA PUBBLICATA SUL QUINDICINALE "GIOIA OGGI" DEL 9 APRILE 2012 A FIRMA DI ANNAMARIA COLOSSO.

sabato 14 aprile 2012

IL MIO PRIMO LIBRO

Le indagini di Gregorio Loiacono, commissario della Squadra Mobile presso la Questura di Bari, e dei suoi collaboratori. Un gruppo di uomini e donne divisi tra problemi quotidiani ed episodi di ordinaria violenza. Sette storie dal piccolo di un'umanità spesso sconfitta nelle sue fallaci attese e speranze. Dalla Rosina Rinaldi di «Chi ha ucciso Babbo Natale?», il racconto da cui il titolo della raccolta, favoreggiatrice per amore nell'omicidio di un pensionato, ai Palestinesi Ibrahim Kassam e Mohamed Farrah, protagonisti de «L'incidente», che scivolano nel delitto per una distorta idea di difesa della propria identità culturale, e a Giovanni Ferri di «Ritorno», il quale, dopo aver scontato un omicidio, cerca di "rifarsi una vita" cedendo alle lusinghe del ricatto, fino all'ombra dei servizi segreti deviati e della Sacra Corona Unita in storie di turpi passioni quali "il fantasma di Sintra" e "il giocattolo rotto". Il tutto pervaso da un velo malinconico di pietà per vittime e colpevoli, spesso, questi ultimi, incastrati anch'essi in un vortice che li coinvolge loro malgrado.
[Presentazione sulla quarta di copertina]
La lunga galleria dei detective (nel senso più ampio del termine) "di carta" si arricchisce di questo nuovo personaggio, un commissario di Polizia a metà strada fra il Montalbano di Camilleri, con il quale condivide la passione per il cibo ben fatto, il rifiuto per i più moderni sistemi investigativi legati all'informatica e alle nuove scienze forensi e la compagnia femminile (leggi "compagnia della sua vice"), e il Maigret di Simenon, con la predilezione per la birra (condivisa anche dall'eccentrico Nero Wolfe) e la salda dirittura morale che, spesso, sfocia - e questo, credo, è il tratto originale del commissario Loiacono - in una sorta di sfinimento morale, che non è tuttavia pessimismo, ma solo consapevolezza dei mali che affliggono la società e senso di smarrimento di fronte a quello che il suo ruolo gli impone.
Il libro è in vendita (anche in formato e-book) sul sito della casa editrice, e su tutti i principali bookshop (IBS, libreriauniversitaria.it, bol.it, lafeltrinelli.it), oltre che nelle librerie fiduciarie su tutto il territorio nazionale (vedi sito casa editrice) e, per chi vive a Gioia del Colle, per il momento, presso LIBRERIA MINERVA, CARTOLIBRERIA ARETUSA, EDICOLA AGORA' e presso l'autore (per ordinazione inserire la richiesta munita di indirizzo nel commento al post).

martedì 30 novembre 2010

Prima domenica di Avvento

N.B.
Senza la parola di Dio il mondo sarebbe veramente nel caos. Come chiede il Santo Padre Benedetto XVI e già il Venerabile Giovanni Paolo II suggeriva, il cristiano che usa i nuovi media deve sentire il dovere di mettersi a disposizione della nuova evangelizzazione. Nel mio piccolo lo faccio con lo strumento che credo a me più congeniale: la letteratura. All'inizio del nuovo anno liturgico voglio iniziare, insieme a voi che mi leggerete, un cammino di riflessione con le letture della Messa domenicale. E' un esperimento cui sto pensando da un po' di tempo. Adesso credo arrivato il momento di attuarlo.
Buona lettura e che Dio renda proficua la vostra meditazione (leggendo in particolare i brani della Sacra Scrittura). Buon Avvento.
Dal libro del profeta Isaia (2, 1-5).
Messaggio che Isaia, figlio di Amoz, ricevette in visione su Giuda e su Gerusalemme. alla fine dei giorni, il monte del tempio del Signore sarà saldo sulla cima dei monti e s’innalzerà sopra i colli, e ad esso affluiranno tutte le genti. Verranno molti popoli e diranno: « Venite, saliamo sul monte del Signore, al tempio del Dio di Giacobbe, perché ci insegni le sue vie e possiamo camminare per i suoi sentieri ». Poiché da Sion uscirà la legge e da Gerusalemme la parola del Signore. Egli sarà giudice fra le genti e arbitro fra molti popoli. Spezzeranno le loro spade e ne faranno aratri, delle loro lance faranno falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra nazione, non impareranno più l’arte della guerra. Casa di Giacobbe, venite, camminiamo nella luce del Signore.
Parola di Dio.
Andiamo con gioia incontro al Signore (Sal. 121, 1-2; 4-9).
Quale gioia, quando mi dissero:
« Andremo alla casa del Signore! ».
Già sono fermi i nostri piedi
alle tue porte, Gerusalemme!
Rit.
È là che salgono le tribù,
le tribù del Signore,
secondo la legge d’Israele,
per lodare il nome del Signore.
Là sono posti i troni del giudizio,
i troni della casa di Davide.
Rit.
Chiedete pace per Gerusalemme:
vivano sicuri quelli che ti amano;
sia pace nelle tue mura,
sicurezza nei tuoi palazzi.
Rit.
Per i miei fratelli e i miei amici
io dirò: « Su di te sia pace! ».
Per la casa del Signore nostro Dio,
chiederò per te il bene.
Rit.
Dalla lettera di san Paolo apostolo ai Romani (13, 11-14a).
Fratelli, questo voi farete, consapevoli del momento: è ormai tempo di svegliarvi dal sonno, perché la vostra salvezza è più vicina di quando diventammo credenti. La notte è avanzata, il giorno è vicino. Perciò gettiamo via le opere delle tenebre e indossiamo le armi della luce. Comportiamoci onestamente, come in pieno giorno: non in mezzo a orge e ubriachezze, non fra lussurie e impurità, non in litigi e gelosie. Rivestitevi invece del Signore Gesù Cristo.
Parola di Dio.
VANGELO
Mostraci, Signore, la tua misericordia e donaci la tua salvezza.

Dal Vangelo secondo Matteo (24, 37-44).
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: « Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti, come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca, e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti: così sarà anche la venuta del Figlio dell’uomo. Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata.
Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà. Cercate
di capire questo: se il padrone di casa sapesse a quale ora della notte viene il ladro,
veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa. Perciò anche voi tenetevi pronti
perché, nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo ».
Parola del Signore.
« Andiamo con gioia incontro al Signore. »
LETTERA AL PROFETA ISAIA.
Figlio di Amoz, profeta del Servo del Signore, dinanzi alla parola di oggi ci assale come uno sgomento. Eppure la liturgia ci invita alla gioia e alla speranza: « Andiamo con gioia incontro al Signore ». Perché? Perché questo magone che sembra attanagliare il cuore al pensiero che un giorno passerà questo mondo? Perché ci assale il terrore quando udiamo che presto arriverà la fine? Perché licenziamo superficialmente tanti nostri fratelli che ci presentano questa realtà con il pensiero che son favole e non ci mettiamo, insieme, all’ascolto della Verità? La parola dell’Altissimo, che un giorno uscì dalla tua bocca, è la Verità, quella Verità che, incarnata in un umile falegname di
un’oscura cittadina del grande impero, continuerà a ripeterci nei secoli: « Vegliate! »
Le trame della Storia sono troppo oscure per chi non ha un faro. Nei tuoi giorni, tu gridavi per la ricostruzione di un tempio fatto da mano d’uomo. Era, quel tempio, il segno che Dio si ricordava di quel suo piccolo popolo sperduto e lo richiamava dalla terra d’esilio. La sua speranza era innalzarsi al di sopra delle Nazioni. Tu dicesti che la vera forza di Gerusalemme era la legge del suo Dio e il suo potere non si basava sulle armi, come per gli altri popoli, come per Babilonia che l’aveva assoggettato, ma sulla pace e la giustizia provenienti dal Signore. E quei tuoi fratelli, ahimè, ti prepararono amare catene. Perché è sempre così: chi parla di pace, di giustizia, di equità sociale che non sia prevaricazione all’inverso, cioè del diseredato contro il benestante (ch’è pure ingiustizia intollerabile), è un sovversivo, va eliminato. Ecco perché ci fa paura che il mondo finisca. Ecco perché quella parola dell’Annunciato, quel « Vegliate! » che risuonerà nei secoli, ci fa paura.
Tu, forse, nella tua veste di luce, di fronte a Colui che si è fatto da te annunciare, riderai. Penserai, magari: « La fine del mondo! » E Colui dinanzi al quale tu stai ti farà
dire di non pensare alla fine del mondo, anche se potrà accadere subito all’indomani. Ti dirà di farci pensare, piuttosto, alla fine di ciascuno di noi, quando quel ladro ci preleverà a questo mondo, che continuerà a rotolare sui suoi binari, e ci chiederà di lasciare quanto fino a quel momento abbiamo avuto di più caro. Allora davvero vedremo il sacro monte innalzarsi sopra i colli e Colui che ci ha ordinato di vegliare sarà il Giudice dei vivi e dei morti e la sua parola non sarà più amore e misericordia, ma « Giustizia! » Quante volte, allora, desidereremo aver trasformato in aratri le nostre lance di perversi giudizi! Quante volte vorremo prendere le nostre spade di egoismo per trasformarle in aratri e tracciare solchi di condivisione, di amore dato senza contraccambio! Quante volte vorremo non imparare più l’arte della guerra al nostro fratello che bussava alle nostre porte come mendicante, lavavetri, bisognoso di lavoro o soltanto di affetto e compagnia. Ahimè, quante lacrime non riusciranno ad appagarci! Ma tu, forse, sei riluttante a dirci tutto questo; tu vuoi dirci solo di farci coraggio e di guardare la luce che promana dal Suo tempio, quella luce che anche Paolo di Tarso, tanti secoli dopo di te, dopo la venuta dell’Atteso, ci indicherà come presente. Sì, il giorno è già arrivato. È oggi! Non facciamoci sorprendere nuovamente dalle tenebre.
Sì, caro profeta dei giorni futuri, non lasciarci nel buio dei giorni andati. Facci vedere la luce che promana dalla Città santa dove tu adesso vivi nei secoli. Fa’ che riceviamo quella gioia che investe il Salmista pellegrino in vista di quella Città; che possiamo, profeta del Dio vivente, vedere i seggi del giudizio con la gioia di chi sa di non stare davanti al Giudice inflessibile della Storia, ma davanti al Dio della misericordia. Dacci, infine, che la nostra Città terrena diventi un’oasi di pace e di giustizia per tutti e che tutti possiamo, un giorno, spezzare le spade e le lance per poterci prendere per mano
e cantare le Sue lodi nella liturgia senza fine della Gerusalemme nuova.

sabato 24 luglio 2010

“C’è un pirchì alla pazzia?”

La domanda che appare nel titolo si trova verso la fine del capitolo sedici dell’ultimo romanzo montalbaniano di Camilleri (La caccia al tesoro, Sellerio, Palermo 2010, € 14, 00) ed è inserita come risposta retoricamente data dal commissario all’ispettore Gallo, che, attonito di fronte al cadavere orribilmente mutilato di una ragazza, di cui erano alla ricerca, si domanda e domanda al superiore se tutta la vicenda abbia un senso, un “pirchì”. Per un commissario di provincia qual è Montalbano – e per il suo creatore, Andrea Camilleri, che, nonostante il successo mondiale dei suoi libri, mi pare essere ancora più provinciale del suo personaggio – non esistono indagini criminologiche, profili psichiatrici ecc. Tutto si risolve nel trovare chi ha commesso il crimine, come l’ha commesso e, magari, quando l’ha commesso, ma al perché (Why? in inglese) non sembra che lo scrittore sia interessato. Quale ne è la ragione? Una prima, superficiale, spiegazione potrebbe essere il carattere in genere poco speculativo di noi meridionali. Il perché, la richiesta insistente delle motivazioni, la demandiamo ai “picciliddri”. E, infatti, in un’altra pagina dello stesso romanzo, le insistenti domande di Gallo fanno venire in mente al commissario proprio “i picciliddri dell’asilo”. L’uomo adulto ha le sue certezze. Arturo Pennisi, il criminale di turno che ha sfidato il commissario alla caccia al tesoro del titolo, credendo di aver sconfitto il suo avversario e avendolo condannato ad una morte atroce, non ritiene di aver commesso gli errori, che gli rinfaccia il commissario e, perciò, come tutti i pazzi, si altera e diventa oltremodo violento. Ma anche Montalbano ha le sue linee guida e raramente si lascia prendere dal dubbio. E, perciò, quando si tratterebbe di “prevedere” le mosse dell’avversario, arriva tardi. Così in La gita a Tindari, quando, preso dal caso dell’“ammazzatina” di Nené Sanfilippo, trascura la scomparsa di una coppia di vecchietti, che, poi, ritrovati barbaramente assassinati, scopre essere legati a filo doppio con il Sanfilippo; così in questo La caccia al tesoro, in cui un ventenne studente di filosofia, figlio di un amico del marito di Ingrid, che vuole conoscere Montalbano e studiare il suo cervello, si ritrova poi ad essere proprio il pazzo criminale, che l’ha sfidato ad una mortale caccia al tesoro, lui che era il simpatico ed intelligentissimo sosia di un innocente Harry Potter!
Gli ultimi romanzi con protagonista il commissario di Vigata ci hanno abituato a vederlo alle prese con un’incipiente vecchiaia – vissuta più psicologicamente che realmente (e questo è un altro tema che, un giorno o l’altro, si potrebbe affrontare non senza frutto) – e con i riflessi probabilmente rallentati. Qui, però, non si tratta di questo. Nel nostro romanzo Montalbano non è rallentato dalle conseguenze della vecchiaia, ma dallo stato di salute mentale del suo avversario.
Prima degli ultimi capitoli non si ha il minimo sentore di anormalità in Arturo se non nel fatto che, studente di filosofia (epistemologia per la precisione), si interessa di criminologia. Ma la cosa è meno di un dettaglio, tanto che il commissario non ci sta a rimuginare su più di tanto. E sbaglia, perché proprio la mancanza di connessione fra i due campi di conoscenze (ciascuno avente sue proprie regole) poteva dargli il destro (e anche al suo Autore) di intraprendere il non facile percorso dell’esame della psiche umana. A pag. 242, in finale di romanzo dunque, Montalbano (lui, non l’Autore. Cominciamo a prendere nota di questo) definisce “pazzo criminale” quello che fino allora era un intelligente collaboratore. Ha trovato il cadavere di Ninetta, ne ha visto lo scempio, ha sommato due più due ed è arrivato alla conclusione.
Ma per il nostro commissario che cos’è la pazzia? In base a che cosa egli definisce Arturo pazzo criminale?
Certamente, e anzi soprattutto, per quello che ha fatto. È un poliziotto e deve punire un reato, e un reato particolarmente efferato. Ma io sono sicuro che c’è dell’altro.
Il grande conterraneo di Camilleri, Luigi Pirandello, ha esaminato a fondo la pazzia nella sua opera e, per mezzo della malattia della moglie Maria Antonietta Portulano, ne ha dolorosamente avuto a che fare. La difficile vita familiare, a motivo della morbosa gelosia di lei prima del suo ricovero in manicomio, lo spinge a valutare come una trappola che imprigiona e soffoca l’uomo dapprima la vita familiare, poi, con il romanzo Il fu Mattia Pascal, l’intera società. E il motivo è presto detto. Per il grande Agrigentino “la pazzia è una forma di normalità” (Uno, nessuno, centomila), anzi, rincarerei, è la vera normalità. Come siamo, in rapporto all’altro, uno o centomila (e, in fondo, nessuno), così la pazzia è uno stato di alienazione della società contemporanea in rapporto al singolo individuo. Non è, dunque, l’individuo l’alienato, ma la società. E se è la società, beh, allora bisogna dire che pazzi lo siamo un po’ tutti e, in particolare, l’uno per l’altro, l’uno in rapporto all’altro.
Per Montalbano è così?
Come accennato, egli è uno sbirro e il suo compito è “smascherare” i colpevoli, cioè nel senso comune di scoprirli e assicurarli alla giustizia, ma inevitabilmente anche in senso pirandelliano di far cadere la maschera, che ciascun uomo porta di fronte all’altro. Pennisi, di fronte al commissario indossa una maschera, e non soltanto perché è un assassino, che vuole capire “come funziona il suo cervello”, ma perché è
così che funzionano i rapporti fra gli individui. Lo vediamo, d’altra parte, anche in quello che sarebbe potuto divenire un “buon” triangolo amoroso fra il commissario, Livia e Ingrid, se non fossero onnipresenti delle maschere che “salvassero le apparenze” di un Montalbano integerrimo e fedele alla “sua” pur lontana Livia e
di una Ingrid rispettosa della “pudicizia” (che parolone!) dell’amico. Del resto questo assassino indossa una maschera anche nei confronti della “svidisa”, una subdola maschera che gli permette di nasconderle la propria pervertita sessualità e il desiderio che, evidentemente ha di lei e che freudianamente proietta rendendola da oggetto di desiderio soggetto (lo svela al commissario la stessa Ingrid). Uomo pericoloso, dunque, e non solo perché aggioga a sé coloro che gli sono vicini, ma perché chi gli è vicino “crede” di vederlo così e per lui “è effettivamente così”. Montalbano è uno sbirro “che quando vuole capire una cosa la capisce” (La forma dell’acqua; il corsivo, mio, rende al presente quello che nel romanzo è all’imperfetto) e, quindi, disvela il suo avversario per quello che è: un pazzo assassino.
Ma possiamo essere davvero sicuri che, quest’ultimo è il vero volto di quell’uomo?
La definizione di “pazzo assassino” (pag. 242) è, in effetti, del commissario, non di Camilleri, non è cioè dell’Autore, pirandellianamente l’unico che sarebbe legittimato a dare forma al personaggio. Montalbano, da sbirro, crede di aver trovato la causa, il movente, dell’atto criminoso, ma essa è, invece, direbbe Aristotele, la “causa efficiente” dell’azione. La presunta pazzia non è, cioè, la ragione intenzionale dell’azione, ma solo un mezzo, un “agente” per mezzo del quale avviene il mutamento, cioè il reato, quell’atto per cui viene rotto un certo equilibrio. Ma in
quanto alla “causa finale”, cioè riguardo al motivo, o intenzionalità, per cui l’azione è stata fatta? A tale domanda il commissario non sa rispondere: “C’è un pirchì alla pazzia?”. Domanda retorica che presuppone una risposta negativa. E Camilleri, l’Autore, cosa dice? Egli non approfondisce. Opportunamente tace e lascia il suo eroe con uno strano ed inspiegabile “stringimento di cori” (pag. 268), strano, però, solo per chi non vuol leggere, perché, intendendo bene, Camilleri ci insinua un dubbio: non è che questa “pazzia” sia solo un’ultima, tragica, maschera? E qui il sostantivo “maschera” ci andrebbe bene anche per un’altra ragione: la stessa ragion d’essere del personaggio. Il Pennisi cambia atteggiamento quando il commissario gli rivela di essere arrivato alla verità grazie ad un lapsus e a due omissioni da lui commessi. Il nostro criminale si adira e diventa violento (se non lo era stato, e soverchiamente!). Come tutti i pazzi non vuole essere messo di fronte alla definizione di quello che ha fatto o di quello che è. Egli, però, si adira anche, e forse soprattutto, per il suo progressivo annichilimento. Man mano che il commissario lo spoglia delle sue maschere, anche lui va scoprendo di non essere né quello che lui pensa di se stesso né quello che vedono gli altri di lui. Da tutti ritenuto intelligentissimo, si era fatto convinto di non poter sbagliare. Per lui l’errore non era possibile e il commissario, che l’ha “smascherato”, è stato solo appena un po’ più furbo. Non vuole – o non sa – capire che l’errore è una qualità umana irrinunciabile. È proprio qui, direi, la statura “drammatica” del personaggio. Se tutti i personaggi più riusciti di uno scrittore devono, prima o poi, fare i conti con la loro “umanità”, il Pennisi – e, forse, ogni “colpevole” camilleriano (analizzarli in questo senso sarebbe impresa assai interessante) – si sottrae a questa necessità. Tanto è vero che non mi pare di aver udito nei romanzi e racconti gialli di Camilleri molti scatti di manette. Lo “stringimento del cori” allora non è, non può essere, pietà umana da parte di Montalbano. Il commissario vigatese non è né Padre Brown né Don Matteo, per i quali c’è sempre una via di redenzione. Per lui, il reo è sempre un “fituso”, anzi è meno di un uomo. Quante volte ha maltrattato, con parole o nei fatti, coloro che si sono macchiati di orrende azioni (quale appassionato lettore del “Cantore di Vigata” non ricorda, per esempio, il trattamento riservato al colonnello dei servizi Lohengrin Pera in Il ladro di merendine o quello di cui è fatto oggetto l’infermiere aguzzino di bambini immigrati in Il giro di boa). E in questo sta anche il controsenso del romanzo, di cui parliamo. Se, infatti, La caccia al tesoro è un giallo – o meglio un noir –, perché Pennisi non ha un vero movente, che sia altro da quello che rivela? Perché Montalbano – e, insieme, Camilleri – si “accontenta” del fatto che abbia ucciso e mutilato il cadavere di Ninetta solo perché assomigliava alla prostituta Samantha, che voleva far sua (per farle fare, magari, prima o poi, la stessa fine). Perché la soluzione del mistero sembra non approfondire l’argomento del possesso della bambola gonfiabile, e dunque del sesso deviato, sia da parte del nonno sia dell’altro suo più lontano parente (per altro, anche bigotto fino alla follia). Quale tipo di pazzia affligge il Pennisi e perché le mutilazioni inflitte al cadavere di Ninetta assomigliano tanto ai guasti della bambola di Gregorio Palmisano? Perché il nostro assassino decide di “gareggiare” con il commissario e di esaminare il suo cervello? Che c’entra con lui? Che significato hanno, infine, “la pena infinita e lo stringimento del cori” provati dal commissario all’arresto del reo?
Tutte queste domande e, magari, altre di un lettore più attento, hanno da parte di Montalbano e del suo papà come risposta quella stessa che il commissario dà a Gallo: alla pazzia non c’è un perché.
E, invece, io credo che la risposta sia una sola, quella stessa che dette al suo uomo Livia (nel racconto La paura di Montalbano, inclusa nell’omonima raccolta). Il commissario di provincia Salvo Montalbano (e, forse, anche il suo “papà” Andrea Camilleri) ha paura a scavare nella psiche dei delinquenti. È più facile prenderli a pugni per quello che fanno; considerarli “fitusi”, “strunzi” (anche il nostro Pennisi è apostrofato così da Fazio: “Resta fermo così, stronzetto. Se fai un minimo movimento t’ammazzo”; pag. 268), “merde d’omo” (così l’infermiere sopra citato in Il giro di boa),
che indagare nei meandri della loro psiche e provare quello stringimento del cuore che prende questa volta il nostro poliziotto. È più facile catalogare le persone in compartimenti stagni (la vittima, il delinquente, il testimone…) piuttosto che correre il rischio di vedersi davanti mescolate vittime e carnefici, pazzi e sani, amici e nemici.
A ben vedere, d’altra parte, lo stesso Camilleri ha, un giorno, tentato di fare lo stesso nostro discorso (se non per iscritto, almeno nel suo animo). Era il 1999. Nella raccolta di racconti Gli arancini di Montalbano (edito da Mondadori) figura un testo dal titolo emblematico, Montalbano si rifiuta, che sembra avere molti punti in comune con il romanzo. In questo racconto, per altro non lungo (quasi otto pagine nell’edizione Oscar Best Sellers del 2005), Camilleri tenta di rovesciare i suoi canoni: Fazio cerca di far confessare a suon di pugni un vecchio indiziato di pedofilia e omicidio, Mimì “lo salva” dal linciaggio con un finto tentativo di evirazione (ferendolo, però, realmente) e Montalbano, trovatosi di fronte ad un caso di cannibalismo, vuol far giustizia da sé
uccidendo i colpevoli. Alla fine, però, il “coup de (meta)théâtre”: Montalbano stesso telefona al suo Autore e gli fa sapere che la storia, che ha inventato per lui non gli piace. L’Autore evidentemente concorda e il commissario non mette in esecuzione la condanna a morte dei due cannibali.
Il racconto, che ho qui ricordato, fa capire che il commissario di Vigata non è pronto per entrare in storie in cui, come diceva il vecchio mafioso Balduccio Sinagra in La gita a Tindari, si oltrepassano certi limiti. Camilleri sì. Camilleri era pronto nel 1999 ed è pronto adesso. Il romanzo La caccia al tesoro ce lo fa capire. Montalbano, però, si rifiuta ancora. L’Autore questa volta non getta la spugna. È costretto, però, a scontrarsi con l’incapacità introspettiva del Personaggio, che riesce a malapena a provare una stretta al cuore per la sorte dell’intelligente eppure pazzo Arturo Pennisi.
Non credo, però, che questo preluda ad una svolta. Montalbano non può scavare nelle profondità dell’animo umano, anche del suo (ne è la prova il fatto che zittisce sempre a male parole quel Montalbano Secondo, che è la sua coscienza, che compare in alcuni romanzi a cercare di sbugiardare l’ipocrisia di Montalbano Primo), e il mondo “è diventato troppo tinto per pensare”, come dice il pastore testimone dell’incidente simulato in cui perde la vita il piccolo immigrato ribelle in Il giro di boa.

venerdì 20 novembre 2009

Il fantasma di Sintra

NOTA BENE: Pubblico questo racconto con notevole ritardo. Avrei voluto farlo per il 31 ottobre, per la “notte di Halloween”, ma, purtroppo, il tempo e altri impegni non me l’hanno permesso. In dubbio se pubblicarlo comunque o attendere la stessa ricorrenza l’anno prossimo, l’ho fatto ugualmente. Superstizioni e fantasmi non attendono Halloween per manifestarsi quando il terreno di coltura è favorevole.
Il video da cui trae LIBERA ISPIRAZIONE si trova a questa pagina di youtube. Il filmato in questione vorrebbe avvalorare l’esistenza dei fantasmi. Lo scrivente crede che esso sia una montatura e, attraverso questo racconto giallo, ASSOLUTAMENTE INVENTATO, intende demolirlo. Le motivazioni addotte per illustrarne la falsità – ombra del presunto fantasma e telecamera accesa da parte di uno dei viaggiatori, oltre al terrore negli occhi della ragazza fantasma (il fantasma incute terrore, ma non lo prova, quant’anche esposto ad una condizione maledetta) – sono vere. Il resto, invece, è frutto d’immaginazione per creare una storia verosimile che prenda il posto di una verità che, evidentemente, non c’è. L’autore, dunque, si augura che nessuno si senta offeso o, peggio, leso nel suo buon nome e spera che la storia susciti interesse.
Buona lettura!

Quando il commissario Loiacono, dopo essere rincasato e liberatosi degli abiti zuppi di pioggia, fu davanti al computer per prendere visione della posta elettronica, come faceva tutte le sere, ultimo gravoso impegno della giornata (gravoso per lui, che aveva dovuto informatizzarsi per necessità e che non aveva molta dimestichezza con il web), si trovò di fronte ad una strana mail. Si trattava di un filmato in bianco e nero inviato anonimamente. Per evitare che eventuali virus gli infestassero il computer, fu tentato di cestinarlo, ma qualcosa gli diceva di non farlo. Stette un po’ soprappensiero, poi cliccò per esaminare il video.
Dopo averlo rivisto più volte, si alzò, camminò su e giù. Una parola gli frullava nella testa, il nome della località dove era stato girato il filmato, Sintra. Non era mai stato particolarmente ferrato in geografia e quel nome gli suonava misterioso, come, del resto, appariva la località nel filmato. Si alzò nuovamente e andò a consultare il dizionario enciclopedico:
- Sintra… Sintra… Sintra…. Ecco!
Lesse:
- Città portoghese nel distretto di Lisbona, antica sede di re, famosa meta turistica, in cui si possono ammirare molte bellezze artistiche d’età rinascimentale fra cui… ecc. ecc.
Andò a rivedere il filmato: la strada percorsa dall’auto e le case, che si intravedevano ai lati della carreggiata, non mettevano in rilievo nessuna delle bellezze architettoniche o paesaggistiche, che la cittadina vantava, e il paesaggio extraurbano dove si svolgeva la vicenda era veramente spettrale (come, del resto, il titolo del video). A questo punto, il commissario non si capacitava del chi o del perché gli fosse stata mandata quella mail. È vero che mancava poco a quella cavolata della festa di Halloween e che poteva essere uno scherzetto telematico di nuova generazione, ma a quale scopo? Non chiedeva di mandare il file ad altri, non era inviato da amici, era di pessima qualità… dunque?
In quel momento, squillò il telefono.
- Chi è? – domandò con voce evidentemente irritata.
- Che hai? Ti ho svegliato? – fece, all’altro capo, il suo vice, Ivana Santarelli, dalla questura, dove faceva il turno di notte.
- No, figurati! Sono alle prese con il computer.
Sentì Ivana ridacchiare. La ragazza, infatti, conosceva il grado di competenza in fatto di informatica del superiore.
Dopo qualche secondo di silenzio fra i due, durante i quali Gregorio cercava di immaginare quali fossero i pensieri di quella bella donna che, tra l’altro, lo sapeva, nutriva un debole per lui.
- Ivana, non sono in vena, stasera! – esclamò. – Se, dunque, c’è un buon motivo per chiamarmi, parla, altrimenti, ci vediamo domani!
La donna era abituata a quella ruvidezza, ma, quella sera, dovette restarci un po’ male.
- E che non so come dirlo! Qui, al commissariato, abbiamo un problema e sarebbe richiesta la tua presenza. – esclamò.
Loiacono sbuffò.
- Lo so che, con questo tempo, preferiresti essere al calduccio di casa, ma la tua presenza è urgente!
- No, non è tanto questo… È che… Va bene, arrivo!
Chiuso il telefono, prese l’impermeabile ancora bagnato di pioggia e il colbacco, che usava quando faceva assai freddo, e aprì la porta per uscire.
Lo sgangherato ascensore del condominio dove abitava, che l’amministratore non si decideva a far riparare, gli ispirava scarsa fiducia. Preferiva piuttosto fare le scale che rischiare di rimanere chiuso e fare una figuraccia. Tanto, poi, c’era Agata, la portinaia, una brava donna, non particolarmente bella né proprio giovanissima, ma piacevole compagnia, che, tra l’altro, gli faceva anche i lavori di casa e gli preparava qualche buon piatto, che lui apprezzava più del cibo spesso riciclato della vicina tavola calda, che l’avrebbe rinfrancato con quella sua allegra parlantina!
Erano all’incirca le ventitre. Proprio in quel momento, la donna stava chiudendo il portone.
- Scusa, Agata: devo uscire di nuovo!
- Co sto freddo, commissà? – gli domandò con il suo accento romanesco, che sapeva che il funzionario trovava assai divertente.
Gregorio le sorrise e si accinse ad uscire.
- Mi hanno chiamato dal commissariato. Hanno sempre bisogno di me. A volte, mi pare di non avere un vice.
Appena fuori del portone, fu colpito da una forte raffica di vento e acqua e, nello stesso momento, la strada, deserta, fu illuminata da un lampo.
Agata si segnò. Da quando, nella campagna romana, aveva visto un contadino morire per un fulmine, aveva una paura matta dei temporali. Il commissario, intanto, aveva aperto la portiera dell’auto e vi si era catapultato dentro.

***

Ivana e De Simone gli corsero incontro subito appena ebbe messo piede nell’atrio dove si apriva lo scorrevole dell’ascensore al terzo piano del palazzo di Via Murat.
- Commissario, uno scherzo che non è uno scherzo!
L’agente, nella concitazione del momento, non si era accorto dello sproloquio.
- Piano… piano! – lo esortò Loiacono. – Non facciamoci prendere dall’agitazione. Procediamo con ordine.
Ivana cominciò a raccontare che De Simone e Montesi, uno degli ispettori di turno, stavano scaricando delle e-mail e, ad un certo punto, era venuto fuori uno strano video su un incidente mortale avvenuto in Portogallo tempo fa e attribuito niente di meno che ad un fantasma.
Montesi, che era anche amico personale del commissario e sapeva che superstizioni e affini lo mandavano in collera, si aspettava un botto ben più forte del tuono, che lo aveva spaventato e gli aveva fatto spargere per terra il malloppo di documenti, che portava nella stanza della Santarelli.
- Chi l’ha inviato e da dove? – fu l’inattesa domanda.
- Giallonardo ha fatto sapere che potrebbe essere stato mandato da un Internet Point, ma non ha detto di più. Sta cercando dei contatti con la Postale.
Il commissario volle dare uno sguardo al video. Ivana lo accompagnò vicino al computer di Montesi e fece click sulla freccetta che attivava la visione.
Dopo aver osservato in un silenzio evidentemente meditabondo, il commissario chiese alla vice di aprirgli la sua casella. I presenti rimasero stupiti, vedendo lo stesso file nella posta del commissario.
- Chiamate Giallonardo! – ordinò Ivana.
Dopo una faticosa ricerca, il sovrintendente della Scientifica stabilì che anche la mail del commissario poteva provenire da un Internet Point.
- Della cosa si sta occupando l’ispettrice Marchini della Postale. Mi ha anticipato che le sarà necessario del tempo. – precisò il poliziotto.
Loiacono rifletté alquanto. La vicenda lo turbava. Non vedeva nessuna necessità che un Pinco Pallino, probabilmente portoghese, cercasse di mobilitare una questura italiana di provincia su un fatto accaduto tempo fa e, verosimilmente, archiviato come incidente stradale (benché creato per cause paranormali, cosa alla quale non credeva affatto).
In quel momento, si presentò un uomo sulla cinquantina. Disse di voler denunciare un furto.
- Occupatene tu, Lorenzo! – ordinò il commissario a Montesi.
- Va bene!
L’ispettore e l’agente De Simone uscirono, trascinandosi dietro l’uomo venuto per la denuncia.
- Che facciamo? Non possiamo mica occuparci sul serio di una stronzata simile! – domandò Loiacono alla vice.
- D’accordo che la vicenda è grottesca e che potrebbe essere uno scherzo di un balordo o l’impresa di un mitomane; d’accordo che tu non credi ai fantasmi…
- Perché? Tu ci credi?
- Se prendo la cosa dal punto di vista razionale, scientifico, sarei portata a dire di no, ma potrebbe anche esserci dell’altro, sotto!
- Il punto di vista scientifico? Tu dovresti vedere la cosa da un solo punto di vista, quello del poliziotto… Qui, ci sono due mail dallo stesso contenuto: un incidente avvenuto tempo fa in Portogallo, quindi in uno Stato sovrano e, quindi, fuori della nostra giurisdizione, attribuito a cause di incerta origine, e un superstite, che non ha parlato, di cui si presuppone “che non parlerà mai” (caricò queste ultime parole). In fondo, quindi, si può dire che non abbiamo alcunché in mano. I casi, dunque, sono due, o qualcuno vuole burlarsi di noi o siamo di fronte all’opera di uno mentalmente disturbato.
- E se aspettassimo un seguito?
- Ecco, brava: è la cosa più sensata! Tu aspetta il tuo seguito e io ritorno a casa.
Detto questo, uscì senza salutare.

***

Era finito di piovere, ma l’aria era rimasta umida, di quello scirocco caratteristico della Puglia e della Terra di Bari in particolare. Appena rincasato, Gregorio si spogliò e, con i soli calzoni del pigiama, si sdraiò sul letto. Non aveva alcuna voglia di dormire. Rifletteva su quella strana vicenda. La sua mentalità poliziesca, come aveva detto ad Ivana, lo portava ad ignorarla, ma un generale sesto senso – poliziesco anche quello, del resto – lo portava a credere che la sua vice potesse aver ragione. Bisognava inquadrare la faccenda in altro modo. Stentava a credere che la Polizia di Sintra o di Lisbona (“Chi se n’era occupato?”) potesse aver chiuso il caso così a cuor leggero e accontentandosi di una risposta illogica. E quel Julio, poi? Possibile che gli inquirenti l’avessero lasciato perdere, senza torchiarlo a dovere per avere qualche notizia più precisa? Per lui, man mano che il suo cervello realizzava questi pensieri, o altri del genere, l’affare diventava sempre più assurdo. Si rialzò, accese il computer e rivide il filmato. Una delle didascalie di coda era chiara. La Polizia aveva dichiarato che una donna chiamata Anita Alvarez era morta in un incidente automobilistico nella zona, in cui avevano perso la vita due dei protagonisti del filmato. L’inquirente doveva essersi informato seriamente. Gregorio sapeva che, al di là delle convinzioni personali del soggetto indagante, certe azioni dovevano essere fatte in un certo modo: erano – come usava dire in magistratura – un atto dovuto. Ma quel filmato aveva più di una cosa che non quadrava. Lo rivide varie altre volte e, finalmente, giunse ad una conclusione. Prese dall’elenco il numero privato della dottoressa Marchini e la chiamò. In una mezz’ora di conversazione, capì quello che doveva fare. Poteva ritornare a letto, sicuro che avrebbe dormito quasi saporitamente.

Angelica Masi, l’agente portinaia, lo salutò amichevolmente, come era solita fare, ma lui filò direttamente nella stanza di Montesi.
- Lorenzo! – lo chiamò, con la voce che denotava indisponibilità alla discussione. – Voglio l’ubicazione precisa di tutti gli Internet Point della città, voglio sapere se ci bazzicano portoghesi e, in caso affermativo, se qualcuno di loro proviene da Sintra o comuni limitrofi.
Non gli diede tempo di replicare che già era fuori. Chiamò Ivana e la convocò nel suo ufficio.
- Ho dato disposizioni all’ispettore Montesi di fare una ricerca in tutti gli Internet Point di Bari e di verificare la presenza di portoghesi …
- Ma non avevi detto che era una stronzata?
- Sì, ammetto di averlo detto, ma, se ricordi bene, ho anche approvato la tua proposta di voler attendere ulteriori sviluppi della faccenda…
- Ma non ce ne sono stati… O dovrei essere messa al corrente di qualche novità?
- Stanotte, ho parlato con la Marchini e credo che dovremmo indagare un po’. E' probabile che ci troviamo di fronte ad una richiesta di aiuto.
Ivana rifletté, ma non riuscì a venirne a capo. Il superiore gli fece rivedere il filmato.
- Ma, scusami! Questa gente si dirige verso Sintra; nell’auto sono in tre: Francisco (l’uomo alla guida), Pamela e Julio. Quest’ultimo, nonostante i continui rimproveri degli amici, continua a “giocare” con la sua nuova videocamera, anche quando escono dalla cittadina e raggiungono il posto spettrale luogo dell’incontro con il supposto fantasma…
Ivana accennò ad interromperlo, ma il commissario le annunciò che sul fantasma ci sarebbe stato da ridere.
- Julio, come ho detto, non smette neppure di fronte al fascino sinistro del posto…
- È chiaro! – osservò la vice. – Sta filmando.
- Appunto! Sta filmando. Ma perché filma e, soprattutto, perché i suoi amici non vogliono che lo faccia?
- Perché c’è qualcosa sotto?
- Ottima deduzione! Guarda un po’: quando Francisco dirà all’amica che si ferma, perché l’autostoppista è sola, osserva bene il presunto fantasma.
Ivana continuava a guardare il video. Sul suo viso il commissario intravedeva i segni di compiacimento di una vittoria morale. Pensava, evidentemente, a qualcosa come “Sono riuscita a vincere. Non hai cervello solo tu, qui dentro. Te ne accorgerai!” E, forse, anche a qualcos’altro.
Mentre faceva queste riflessioni, continuava a guardare attentamente il tratto del filmato indicatole dal superiore. Lo fece tornare indietro più volte. Alla fine, esclamò:
- Ma questa qui è una donna in carne ed ossa!
- Già! – annuì il commissario. – Ad un occhio anche di poco più attento della media non sfugge che, sotto i fari dell’auto, appena obliquamente rispetto alla figura femminile, si scorge l’ombra: segno inequivocabile, come hai detto tu, che siamo in presenza di una persona viva. E che sia viva abbiamo, secondo me, anche un’altra prova.
- Quale?
- Il suo spavento di fronte alla prospettiva di andare a sbattere.
- E dunque?
- Quando mi hai fatto capire che ritenevi opportuno che ce ne occupassimo, mi hai messo una pulce nell’orecchio. Che il filmato era stato inviato alla questura e a me personalmente mi aveva fatto un certo effetto. Non riuscivo a spiegarmene il motivo, tanto più che gli invii, sia questo sia quello che ho io, non erano accompagnati da nessuna spiegazione. Quando sono ritornato a casa, in seguito ad alcune riflessioni, ho rivisto varie volte il filmato e ho chiamato la Marchini.
- Hai visto che avevo ragione? – gli fece, a mo’ di risposta, Ivana.
Il commissario le sorrise – era la prima volta che lo faceva nei confronti di una inferiore di grado – e si accinse ad uscire.
Sulla porta fu fermato da Montesi.
- Ho gli indirizzi di tutti gli Internet Point. Non mi è stato possibile, però, rintracciare utenti portoghesi.
Loiacono prese l’elenco, che gli porgeva l’ispettore, lo esaminò superficialmente e lo mise in tasca.
- Contatta l’ufficio Immigrazione e fatti avere un elenco di tutti i portoghesi presenti in città. Se ci sono pregiudicati, fammi avere anche le schede del casellario. Il tutto, nel mio ufficio!
Appena l’ispettore fu uscito, Loiacono ritornò nella stanza di Ivana.
- Conosci il portoghese?
- No, ma so a chi rivolgermi.
- Dovresti contattarmi il posto di Polizia di Sintra – o di Lisbona, se necessario – e chiedere di chi si occupò delle indagini sugli incidenti, tanto quello in cui perse la vita Anita Alvarez che questo che vede coinvolti questi tre giovani.
- Cosa dovrò domandare?
- Ciò che ti viene in mente. Qualsiasi domanda atta a capirci qualcosa. Trovo alquanto strano che un’indagine di Polizia sia stata conclusa in un modo così ridicolo.
Mentre Loiacono parlava, rientrò, trafelato, Montesi con l’elenco degli immigrati portoghesi. Il commissario lo guardò attentamente, poi si sdraiò sullo schienale della sedia e socchiuse gli occhi. Era la sua posizione preferita per riflettere. I suoi uomini sapevano, però, che era anche il preludio di una mossa decisa e mirata. Dopo qualche secondo, infatti, si alzò e dette alcuni ordini: Ivana non avrebbe scomodato la Polizia portoghese (“almeno, per il momento”), mentre Montesi con un paio di agenti avrebbe dovuto convocare alcune persone, che gli indicò con il dito sulla lista.

***

Il commissario era nel suo ufficio. Aveva acceso una sigaretta e se la godeva, sdraiato sulla spalliera della poltrona. I suoi occhi esaminavano l'elenco degli Internet Point baresi. L’unico rumore era il brusio leggero del computer acceso. Ad un certo punto, fu scosso dal vociare di due uomini che litigavano e da quella conciliante di De Simone.
- Che succede? – domandò, affacciandosi sulla porta.
- Julio Alvarez e Paco Mendez! – annunciò l’agente, entrando con due uomini.
Appena furono entrati, il commissario li fece accomodare e avviò il video.
- Signor commissario, forse ho sbagliato, ma era l’unico modo per liberarmi da una maledizione…
Il commissario accennò con il capo un assenso ironico.
- No, non è come pensa. La verità è che Francisco, Pamela, io e lui – indicò Paco – frequentavamo il terzo anno di Filosofia all’Università di Lisbona. Nel 1983, si iscrisse anche Anita, che era mia sorella. Noi facevamo un gruppo ben compatto e, spesso, ci davamo, come dite voi, al buon tempo. Anita prese a simpatia il nostro gruppo e voleva farvi parte. Io, in realtà, ero molto contrario, dato che, a volte, ci davamo a divertimenti un po’ particolari…
- Che tipo di divertimenti? – domandò De Simone.
Julio tentennò.
- Dai, abbi un po’ di coraggio, parla! E, poi, non è neppure un reato… – esclamò Paco.
- E va bene: si trattava di frequentazioni di locali hard, orge ecc.
- Già! E Francisco e tu eravate gli “uomini sensuali!”. – alluse l’agente.
Julio sorrise, ma non disse nulla.
Dopo qualche secondo, riprese a raccontare.
- Io mi vergognavo di dire a mia sorella il vero motivo dei miei rifiuti e, di volta in volta, inventavo delle scuse: ai suoi occhi i miei amici dovevano diventare dei secchioni privi di altri interessi se non di studiare…
Questa volta, fu Paco a sorridere.
- Purtroppo, però, ci fu un inconveniente… Quel maledetto esame di Storia portoghese che Anita si era intestardita a voler sostenere il primo anno! Pamela Coelho, la ragazza che, nel video, sta vicino a Francisco, aveva superato quell’esame con trenta e lode. E Anita lo sapeva. Senza che io ne fossi a conoscenza, si mise d’accordo con quella sgualdrina per studiare insieme. A casa sua. Non so bene, ma credo che lì abbia incontrato Francisco. Lui mi disse in seguito che ne era seriamente innamorato, ma io non ci ho mai creduto. Non era tipo da provare amore vero, quello
lì!
- Che ne sai tu? – gli domandò Paco. – Tu non gli eri amico come lo ero io.
- Dopo l’incidente avevo una sola idea fissa…
- Quella di vederlo morto? – lanciò De Simone.
Julio non rispose, ma riprese il suo racconto.
- Francisco e Pamela invitarono mia sorella ad una gita al Palacio da Pena, un castello medievale, con lussuosi giardini e passeggiate romantiche. Mentre viaggiavano, Francisco, che, forse ad arte l’aveva fatta sedere accanto a sé, cominciò a farle profferte alquanto spinte e ad alzare le mani. Quando Anita ebbe capito le sue reali intenzioni, cominciò a respingerlo in maniera decisa. Non so che cosa abbia fatto, ma è certo che arrivò un momento in cui dimenticò di essere in un’auto e che il suo avversario era alla guida. L’auto sbandò e finirono contro un albero. Francisco e Pamela riportarono ferite guaribili in pochi giorni. Anita ne ebbe per poco, ma fece in tempo a raccontarmi tutto. Da quando morì, mi trascinai per lungo tempo in
uno stato di profonda depressione. Mangiavo pochissimo, i miei sonni erano turbati da quello che doveva esserle accaduto e sognavo che lei stessa mi chiedeva di vendicarla. Di giorno ero scontroso; non riuscivo più ad avere una vita sociale accettabile. Non mi vedevo più con nessuno, e non solo con questi assassini. Ci volle un bel po’ di tempo per riprendermi. Intanto, nel mio cervello andava facendosi spazio l’idea della vendetta. Me lo chiedeva la stessa Anita, che in sogno continuava ad incitarmi. L’occasione mi venne qualche anno dopo, quando conobbi Rosa Marchez, una ragazza molto carina e gioviale. Il suo carattere giocherellone mi piaceva, ma quello che mi attirò di più fu la sua straordinaria somiglianza con Anita.
Sorrise.
- Forse mi prenderete per pazzo o per un depravato che aveva avuto con la sorella rapporti ambigui. Avevo amato mia sorella, ma non di quell’amore lì. Quello che mi aveva legato ad Anita era quella dolce complicità che si instaura tra fratello e sorella che si sono sempre amati… cioè voluti bene… La parola “amati” suona strana in questo contesto e in questi tempi in cui l’amore è mercificato e debilitato. Oggi si preferisce, magari, la parola “amicizia”. L’affetto, che ci legava, però, andava ben oltre la semplice amicizia. Ma torniamo a Rosa. All’inizio, il mio rapporto con lei fu solo basato sull’amicizia – questa sì nel senso vero del termine. Una festa in costume per la notte di Halloween fu il pretesto per preparare la vendetta. In quel periodo mi ero riavvicinato ai miei vecchi amici. Loro credevano che il tempo aveva risanato tutte le mie ferite e che, quantunque mi avesse cambiato e reso più malinconico, mi aveva restituito alla vita. In parte, avevano ragione. Solo che la mia malinconia era dettata dal fatto che consideravo che, dopo tutto il tempo trascorso dall’incidente, non ero ancora riuscito a dare allo spirito di Anita quel tributo di vendetta, che desiderava. Halloween fu l’occasione di un discorso su spiriti e fantasmi. Con mia sorpresa vidi che i miei ex amici erano più superstiziosi dei marinai. Mi accordai con Rosa per quello che rivelai dover essere uno scherzo. Per farla breve, avvenne quello che si vede nel filmato. E, adesso, mi ritrovo solo, in preda ai rimorsi e dannato…
Piangeva.
- Com’è avvenuto che la stessa Polizia parlò di fantasmi?
- Signor commissario, io non so se chi si occupò delle indagini ci credeva o no, ma, per me, tutta la storia è stata pilotata da Anita.
- Devi ammettere che “tutta la storia” (pose un accento particolare nel ripetere le parole dell’interrogato) non sta per niente in piedi…
- Ma… - tentò di dire Julio.
- Innanzi tutto, mi devi spiegare: se le cose stanno come dici – fantasmi a parte – perché ti portavi dietro la videocamera e perché Francisco e Pamela continuavano ad invitarti a lasciarla perdere e a spegnerla?
- Portavo la videocamera perché volevo filmare quello che sarebbe avvenuto… non sapevo che reazione avrebbero potuto avere quei cacasotto.
- E loro?
- Loro… che?
Il commissario sbuffò:
- Perché non volevano che filmassi?
Julio non rispose.
- Evidentemente Pamela voleva la sua attenzione! – esclamò, ridacchiando, il Mendez, mentre Julio si mostrava evidentemente più risollevato.
Loiacono si voltò verso Paco. Era come se lo vedesse per la prima volta. Solo allora si domandò che cosa fosse venuto a fare e la risposta, che si diede, fu che quel tipo aveva avuto una parte ben più importante nella vicenda.
- Veramente, ad invitarlo a spegnere la telecamera era più Francisco che Pamela.
Anche Paco rimase in silenzio. Per il funzionario era chiaro che la vicenda era molto più torbida di quanto volevano far credere e che, verosimilmente, uno dei due, forse Julio, era solo un pupazzo.
- Io non credo che Francisco volesse l’attenzione di Julio… a meno che non vogliamo credere che fra voi ci fosse un rapporto diverso dalla semplice amicizia…
- No, no… lo giuro! – si affrettò a dire Julio. – Io e Francisco eravamo soltanto amici…
- Ne sono convinto. Il filmato non ti smentisce. Quello che non capisco e che mi costringe a dire che hai mentito su tutto è che, stando al tuo racconto, chi avrebbe avuto interesse a portarsi dietro una telecamera dovevano essere proprio i tuoi amici, non tu…
Il commissario fece una pausa per accendersi una sigaretta, quindi continuò:
- Stando al tuo racconto, infatti, i tuoi amici avrebbero dovuto temere da te qualcosa ai loro danni, non tu… A meno che tu non sapevi che, in un modo o nell’altro, Francisco e Pamela sarebbero morti. E, d’altra parte, anche in questo caso non si vede quale tipo di aiuto avresti avuto se l’eventuale accusa di omicidio colposo si fosse trasformata in omicidio premeditato …
Julio ammutolì e abbassò la testa. Il commissario volse lo sguardo verso Mendez e vide nei suoi occhi un lampo sinistro.
- Io non credo che ci tieni a finire in carcere con una tale accusa. La colpa tua è solo quella di non aver prestato sufficiente impegno a tutelare tua sorella. Sei stato solo un ingenuo, non un colpevole. In realtà, un altro potrebbe avere una colpa un po’ più grave…
Il commissario e l’agente De Simone, che fino a quel momento stava tranquillamente a stendere il verbale dell’interrogatorio, s’accorsero che Paco si sfregava nervosamente le mani.
- Francisco Mendez, detto Paco, ti dichiaro in arresto per omicidio preterintenzionale! La manovra è stata orchestra da te e dai tuoi amici, non da Julio. Il suo filmato vi incastra. Tu e i tuoi amici vi eravate messi d'accordo per convincere Julio. Poi, la cosa ha preso una piega che nessuno avrebbe voluto: ha vinto la paura e qualcuno ci ha rimesso la pelle.
- Potrei avere un bicchiere d’acqua? – domandò Paco.
De Simone andò a prenderlo e glielo porse.
- Sì, in effetti, Julio è innocente. – ammise Paco, dopo che ebbe bevuto. – Dopo la morte di Anita, quando si fu riavuto dal dolore, minacciò di denunciarci. Io cercai di dissuaderlo, ma non ci fu verso. Si rammaricava solo di non avere prove. Noi pensammo, in realtà, che stava disegnando una vendetta e gli proponemmo una gita per parlare ulteriormente della cosa. Fui io a cercare e a trovare la donna che impersonò il fantasma di Anita. Noi non sapevamo niente dei sogni, in cui era la sorella stessa a voler essere vendicata. La sua apparizione ci avrebbe dato man forte a convincerlo a non denunciarci. Quando, però, Francisco e Pamela videro che quello aveva la videocamera, credo che entrarono in confusione e successe quello che successe.
- E perché ti sei addossato tu la colpa? – domandò il commissario a Julio.
- Non lo so! – fu la risposta. – Io sono un vigliacco. Anche la morte di quell’altra ragazza mi aveva
sconvolto. Non sapevo come comportarmi. Fu come sottostare ad un ricatto.
- E non sai che potrei accusarti di favoreggiamento?
- Sì, per questo ho inviato il filmato. Ho avuto paura ad espormi direttamente e ho escogitato questo stratagemma. Sapevo che la sezione Omicidi della Questura di Bari era comandata da un commissario esperto e senza pregiudizi qual è lei ed ho agito di conseguenza.
Il commissario si alzò dal suo posto e si diresse verso la finestra. Via Murat era trafficata come al solito. A lui, però, non interessava il traffico. Si voltò e, con uno sguardo d’intesa a De Simone, permise a Julio di andarsene. Quindi, prese il quotidiano e finse di leggere fino a quando l’agente, capita l’antifona, lo lasciò solo.

sabato 22 agosto 2009

L'incidente. (5)

***

Era proprio questa la domanda che lo aveva condotto là. Aveva convocato anche gli agenti della Polstrada che si erano occupati dei primi rilevamenti, il comandante dei Vigili del Fuoco, il dottor
Corti, autore dell’autopsia, alcuni membri della Scientifica e il questore Lo Buono. Servendosi della propria auto e di un manichino, gli esperti ricostruirono la probabile dinamica del delitto. Tutto combaciava con l’ipotesi di Loiacono.
- Bene! – esclamò. – Adesso, però, bisogna trovare l’arma del delitto.
- Che dovremmo cercare? – domandò il responsabile della Scientifica.
- Un cric portatile? – domandò Loiacono al dottor Corti.
Il medico rifletté alquanto, poi rispose:
- Può essere!
Dopo accurate ricerche, tra l'erba alta del ciglio stradale, infossato sotto un leggero strato di terreno, gli agenti rinvenirono il famigerato cric. L'esame del DNA di alcune macchie di sangue dimostrò che l'attrezzo era servito a sfondare il cranio della donna. Questa scoperta, insieme alla traduzione della dedica nel dizionario, diede la certezza della colpevolezza dei due immigrati. Ma adesso bisognava incastrarli. E con l'aiuto del gestore della pompa di benzina dove lavorava Ibrahim, il commissario avrebbe preparato una trappola.
Il giorno seguente, come convenuto, De Simone sistemò il piccolo dizionario sul cruscotto dell'auto e si avvicinò alla pompa con l'aria di voler fare il pieno. Entrambi i poliziotti si finsero sorpresi di vedere in quel luogo anche il giovane palestinese.
Quando Ibrahim riconobbe nel cliente la persona del commissario Loiacono, cercò di prendere tempo per far eseguire quell'incarico al gestore, ma poiché quest'ultimo gli comandò espressamente di servirlo, cercò di sbrigarsi come meglio poteva.
- Oh, lavora anche, lei! - esclamò il commissario.
Ibrahim sorrise.
- Bisogna pur fare qualcosa, se si vuol campare...
- Bravo! - interloquì De Simone. - Bada, però, ad essere sempre in regola con la legge!
Il volto del giovane ridivenne serio.
In quel momento, si avvicinò all'auto anche il gestore. De Simone continuò:
- Ci è stato detto, per esempio, che qui sono spariti una tanica di benzina e un piccolo cric...
- Ne abbiamo già parlato io e il padrone. - si schermì il giovane. - Non ne so niente!
- Ehi! - lo interruppe il gestore, indicandogli il dizionarietto. - Quello non è il tuo vocabolario?
- Quale vocabolario? - ribatté il giovane, impallidendo.
- È tuo? - insisté il commissario. - E perché l'altro giorno mi hai detto che non lo era?
- Non è mio! - ripeté il giovane risoluto, ma senza la calma di prima. - Io ne avevo uno come quello, ma l'ho regalato.
- L'hai regalato? - esclamò il gestore. - Mi hai rotto l'anima per l'intera giornata, quando l'hai perduto!
Loiacono invitò il giovane a leggere le righe in lingua araba. Ibrahim, con il viso rosso per la vergogna di essere stato scoperto e la testa bassa, aprì il volume e tradusse:

A Ibrahim Kassam con affetto fraterno
Fatima Medina.

Era sufficiente. Il giovane fu arrestato per omicidio premeditato e portato in questura. Qui finì con l'ammettere tutto. L'omicidio era stato ideato e portato a termine da entrambi i Palestinesi. Fatima non c'entrava. La faccenda era andata così: la polemica sul chador aveva mobilitato l'intera scuola. Un gruppo abbastanza numeroso di studenti aveva inoltrato al Consiglio d'istituto una richiesta formale per permettere alla ragazza di portarlo. La petizione, però, non era stata presa in considerazione, anzi alcuni professori - e la Valle in modo particolare - si erano maggiormente inaspriti. Fatima si era ridotta sull'orlo dell'esaurimento e spesso si lamentava della cosa con i suoi amici Ibrahim e Mohammed fino alle lacrime. Ibrahim aveva cercato dapprima di mobilitare i suoi amici del Comitato Studentesco per organizzare una protesta collettiva. In seguito però, non avendo ottenuto alcun risultato e vedendo che la ragazza cominciava a deperire anche fisicamente, aveva deciso di dare un segnale forte a tutto l'istituto. Si era confrontato con Mohammed e, insieme, avevano progettato l'assassinio.
Mohammed aveva sostituito le sigarette della vittima con un pacchetto drogato e Ibrahim aveva preso dalla stazione di servizio il cric e la tanica di benzina, che sarebbe servita per bruciare l'auto con il corpo. Avevano, poi, calcolato i tempi perché la droga facesse il suo effetto e avevano nascosto dietro un cespuglio la tanica. Il giorno convenuto per il delitto, avevano fatto in modo di ottenere un passaggio in macchina fino al punto stabilito della Statale. Non appena l'oppio aveva cominciato ad annebbiare la mente della donna e l'auto a sbandare, Ibrahim aveva afferrato il cric che teneva nascosto sotto il cappotto, colpendo Laura alla testa.
Dopo essersi accertati della sua morte, quindi, avevano montato la scena dell'incidente. Spinta l'auto contro il guard-rail e cosparsala di benzina, le avevano dato fuoco. Compiuta l'operazione, si erano dati alla fuga, senza accorgersi che Ibrahim aveva perso il dizionario, quello stesso dizionario che avrebbe messo il commissario sulle loro tracce.
Dopo aver raccolto la confessione, Loiacono fece portar via il giovane.
ccompagnato da De Simone e da altri due agenti, si diresse all'abitazione di Mohammed. Qui trovò anche Fatima. I due ragazzi erano seduti e conversavano. Fatima strinse la destra dell'amico fra le sue mani, un gesto, che non sfuggì al commissario.
- Il tuo amico Ibrahim Kassam ha confessato. Sei in arresto per complicità nell'omicidio della professoressa Valle!
Il giovane si alzò, lo fissò per qualche istante, poi, indicandogli Fatima con un breve cenno della mano:
- Lei non c'entra!
- Lo so! - annuì il commissario. - Ma dovrà venire ugualmente con noi. L'accusa è di favoreggiamento. Vi ha protetto con il suo silenzio.
- È vero! - ammise la ragazza. - Io ho saputo tutto fin dall'inizio. E lei, come l'ha scoperto?
Loiacono rispose di aver notato la stretta di mano all’amico.
- Incredibile! - osservò la ragazza. – Adesso, anche l'affetto può tradire.
- E' così! - concordò il commissario triste, mentre gli agenti portavano via i due - Anche l'affetto può tradire. È strano, ma credo che, in fondo, sia una fortuna!
De Simone lo guardò stupito.
- Sì, caro De Simone! - continuò. - È una fortuna che la parte migliore di noi, quella in cui albergano i buoni sentimenti, l'amicizia, l'amore... sia sempre pronta a calpestare quello che di negativo ci custodiamo dentro. C'è ancora una possibilità per il genere umano e noi cercheremo di sfruttarla.
- L'agente annuì.
- Ma fino a quando?
La domanda non trovò risposta. Si perse nel buio di quella fredda serata invernale.

mercoledì 19 agosto 2009

L'incidente. (4)

Il colloquio con la professoressa Iolanda Taranto aveva dato i suoi frutti. Il commissario aveva raccolto notizie interessanti su Fatima e (sorpresa!) sui due Palestinesi. I tre giovani si erano onosciuti alla moschea di via *** ed erano diventati amici per la pelle. Nella moschea - dove si riunivano, oltre che per pregare, anche per discutere di fatti diversi, in particolare di politica e di assistenza ai membri bisognosi della comunità - si vedevano spesso ed era, dunque, nata fra loro una buona amicizia. La professoressa Taranto aveva altresì saputo (ma, forse, si trattava solo di voci) che i Palestinesi erano conosciuti nel loro Paese anche per aver militato in un gruppo terroristico e che Ibrahim aveva addirittura aspirato a fare il kamikaze. Fatima si diceva affascinata da questi giovani che avrebbero dato la vita per l'Islam e per la causa del loro Paese. La ragazza non parlava con nessuno per paura di essere presa in giro per il suo modo di pensare e di vivere. Soltanto la Taranto aveva trovato il sistema per aprire una breccia nel suo isolamento. Le aveva dato fiducia, partendo dalla sua materia d'insegnamento. Fatima, infatti, era molto agile e aveva un fisico atletico. La professoressa l'aveva subito notata e le aveva suggerito di dedicarsi a qualche attività sportiva. La Yemenita aveva rifiutato, perché la sua religione le vietava di esercitare qualunque attività sportiva, che non fosse riservata alle sole donne (e "riservata alle sole donne" significava che un pubblico maschile non solo non doveva partecipare, ma neanche essere spettatore) ed ella aveva constatato la totale assenza in Occidente di simili realtà. La professoressa Taranto era stata una delle poche a non ridere e a non giudicare antiquate queste norme, ma a rispettarle per quelle che erano, cioè usanze di altre civiltà, degne di uguale rispetto quanto le proprie. Ed era stato grazie a questo atteggiamento che Fatima aveva cominciato a confidarsi con lei. Con gli altri insegnanti, invece, non aveva mai cercato di instaurare nessun tipo di dialogo.
- E le amicizie nell'ambito della scuola? – aveva domandato Gregorio.
La professoressa aveva spiegato che, oltre ai due ragazzi palestinesi, Fatima non aveva rapporti con altre persone, che potevano essere chiamate sue amiche. A causa del suo modo di pensare, le risultava difficile intessere amicizie con persone che vivevano fuori del suo ambiente. Un certo interesse mostrava per una ragazza della Terza C, membro attivo della Caritas diocesana, che l'aveva aiutata molto quando era arrivata dallo Yemen e che aveva insegnato l'Italiano a lei e a suo padre.
- E con la professoressa Valle quali rapporti aveva?
- Guerra aperta e dichiarata! - fu la risposta della docente.
- Addirittura?
- Sì! – aveva rincarato la professoressa. - Laura conosceva bene il suo lavoro e, anche se, a volte, usava metodi tradizionali, tuttavia era molto apprezzata. Aveva, però, le sue idee e, spesso, si mostrava persino intollerante con chi la pensava in modo diverso. Vuole un esempio?
- L'ascolto!
- Le avranno certamente riferito della vicenda del chador!
- Sì!
- Bene! Quella vicenda divise in due il Consiglio di classe. Alcuni di noi, d'accordo con Laura, volevano che la ragazza non lo portasse. Essi sostenevano che la Scuola italiana, dopo il nuovo Concordato, è un'istituzione laica e, dunque, non legata a nessuna forma particolare di pensiero. Se, a suo tempo, si era pensato di togliere i Crocifissi dalle aule, sarebbe stato coerente non permettere alcuna manifestazione di carattere religioso o "etnico". Coloro che sostenevano di permettere queste "manifestazioni", invece, spiegavano che, se la Scuola deve aprirsi alla Società - ed è giusto che ciò avvenga - si deve tener conto che quest'ultima sta diventando sempre più multietnica e, se la Scuola non vuole rinunciare al suo compito educativo, dovrà saper cogliere e valutare tutte le forme di Cultura (badi, non parlo della cultura con la c minuscola, cioè quella dei saperi tradizionali: Storia, Geografia, Arte... ma di quella con la C maiuscola, quella Cultura, che è "costruzione", cultus, di tutto intero l'individuo e che comprende anche la musica, lo sport, la religione, le proprie usanze e tradizioni...). Il dibattito è ancora aperto.
- E il Dirigente che posizione ha preso? - domandò il commissario.
- Quell'uomo è soltanto un burocrate! Crede che il suo compito sia essenzialmente tenere alto il buon nome della scuola e di mantenere l'ordine, ma non interviene mai in questioni di questo tipo con posizioni chiare.
- E riesce a mantenerlo, l'ordine?
- Abbastanza!
- Lei ha mai frequentato l’ambiente dei Cardini?
- In realtà, ero proprio fra le colleghe intime di Laura. Il suo ambiente lo conosco molto bene. Qualche anno fa ho avuto anche una relazione con un collega dell’ingegnere…
- Sa, per caso, se in quella casa circolino stupefacenti? Cocaina o, più precisamente, eroina… Oppiacei, insomma!
Iolanda ci pensò su un po’, poi negò.
- Contrariamente ai loro colleghi, Luciano è quasi puritano: credo che, forse, non sopportava neppure che la moglie fumasse così tanto. Figurarsi, poi, se avesse potuto tollerare della droga!
La testimonianza della professoressa coincideva con quanto saputo dalla governante e dallo stesso ingegnere. Loiacono, dunque, si convinceva sempre più che il delitto, di cui si stava occupando, non aveva niente a che vedere con l’ambiente o il lavoro dell'ingegnere né tanto meno con le lettere anonime, che l'uomo gli aveva mostrato. Quelle lettere erano state, con molta probabilità, l'impresa di qualche mitomane. Di gran lunga più seria sembrava la pista degli studenti fondamentalisti. Conosceva abbastanza bene, adesso, Fatima e l'idea, che se n'era fatta, era quella di una musulmana ortodossa, ligia a tutte le prescrizioni dell'Islam, - dunque, molto praticante - ma un po' fanatica e proclive ad accusare di razzismo e di intolleranza tutti coloro che non vedevano di buon occhio le sue usanze. Non la riteneva, tuttavia, capace di uccidere. L'omicidio era stato ideato e perpetrato da altri, forse proprio dai due Palestinesi. Le informazioni raccolte da De Simone avevano fornito, infatti, altri particolari interessanti: i compagni di fede dei due giovani, pur fra reticenze e ammiccamenti, avevano fatto capire che Ibrahim e Mohammed erano fanatici della guerra santa e avevano seguito i loro padri in America, dove erano stati inviati forse a compiere attentati. In seguito, dopo l'arresto dei genitori, accusati di aver piazzato una bomba in un supermercato di New York, erano fuggiti e avevano raggiunto l'Italia clandestinamente. Inseritisi nella comunità islamica barese, si erano forniti di regolare permesso
di soggiorno e iscritti al liceo "A. Scacchi". Nello stesso tempo, avevano cercato e trovato un lavoro. Ibrahim lavorava con un benzinaio e Mohammed come garzone in un bar. De Simone aveva interrogato il gestore della stazione di servizio e il proprietario del bar. I due uomini avevano genericamente parlato bene dei loro dipendenti, anche se ne avevano deplorato il carattere irascibile e la tendenza a "menare le mani". Il proprietario del bar, in cui lavorava Farrah, aveva aggiunto, a carico del suo dipendente anche il vizio del fumo - "e non solo di nicotina" aveva precisato - e la frequentazione di gente, che più volte aveva allontanato dal locale perché sospettati di essere nel giro della droga.
- Potrebbero, dunque, aver ucciso? - domandò il commissario.
- Sì! - rispose con sicurezza l'agente. - Secondo me, sì! Il gestore della pompa dove lavora Kassam, mi ha detto di essersi spesso spaventato a causa dell'attitudine del ragazzo: si mostra talmente intrattabile e pericoloso appena lo si contraddice. Poi, mi ha rivelato - particolare degno di nota - che, qualche giorno fa, gli sono spariti un cric portatile e una tanica piena di benzina.
Il commissario ripensò a come era stata descritta la ferita alla testa dal medico legale.
- Interessante!
L'agente aggiunse che la descrizione della tanica sparita corrispondeva a quella trovata sul luogo del delitto.
Irascibilità, fanatismo religioso, sospetto di terrorismo ("Ahimè, ma coloro che erano al corrente di tali notizie non avrebbero dovuto già denunciarli?" fu l'amara riflessione di Gregorio), droga... Le ipotesi cominciavano a trovare conferma. Il commissario volle ritornare sul luogo in cui era stata trovata l'auto in fiamme per una prima ricostruzione in loco dei fatti. Era possibile che i due Palestinesi si fossero serviti del cric per uccidere la donna e della benzina per bruciare auto e cadavere insieme...
- E il cric dove sarebbe finito? - aveva domandato l'agente.