giovedì 5 luglio 2018

ESSERE UN INTELLETTUALE OGGI


Martedì, 3 luglio, alla trasmissione «In onda», su La7, sul tema dell’immigrazione erano ospiti il medico di Lampedusa, Pietro Bartolo, e il fotografo Oliviero Toscani (dopo un’intervista al ministro dell’Interno e leader della Lega Matteo Salvini, che purtroppo mi sono perso), oltre al direttore di Libero, Vittorio Feltri, che lasciò il dibattito in medias res, perché continuamente interrotto da quei non-giornalisti, che sono Telese e Parenzo. Non entro nel merito di quanto detto, poiché potrebbe essere persino scontato (un medico, di sinistra o di destra, si può permettere di dire di non voler salvare o curare uomini, ancorché – nei casi più estremi – delinquenti, mafiosi o terroristi? E il noto fotografo poteva essere esentato dal parlare delle sue – discutibili – campagne fotografiche “di sensibilizzazione” [al soldo di Luciano Benetton]? La risposta, a entrambe le domande, è no). L’argomento, invece, che non mi lasciò indifferente, e che meritava un approfondimento che andava oltre le semplici risposte di due minuti, fu rivolta ai due ospiti da Luca Telese e chiedeva, più o meno, il motivo del silenzio degli intellettuali sull’argomento immigrazione e sul caos che sta provocando nella politica e nelle risposte che essa sta dando.
Fermo restando che, in Italia, quando si parla di intellettuali, si parla di intellettuali di sinistra, perché, semplicemente, si crede che l’intellettuale di destra non esisti, mi ha fatto riflettere la risposta, abbastanza simile, che i due ospiti della trasmissione hanno dato. Secondo loro, il motivo è la paura, la paura di perdere il potere, la paura di andare controcorrente ecc.
Mi chiedo che paura e quale potere da perdere possa avere un personaggio che fa, o dovrebbe fare, del suo cervello lo strumento di lavoro. Che paura dovrebbe fare l’andare controcorrente in un’epoca in cui si dice che è giusto che tutte le opinioni abbiano uguale diritto di cittadinanza? Eppure, questa, a mio modo di vedere è una (se non l’unica e vera) contraddizione dei nostri tempi. Perché ci si debba sentire a disagio nell’esprimere le proprie opinioni?
Il grosso problema, problema che investe il potere, ma anche la libera circolazione delle idee e delle opinioni espresse dalla gente comune in situazioni quotidiane è la perenne percezione che un nemico – o, se si preferisce alla George Orwell, che un “Grande Fratello” – ci ascolti e che l’altro sia pronto a ghermirci e a fare di noi carne da macello. Il potere (degli altri) e la paura di esso ci bloccano.
Ma esiste davvero qualcosa che ci debba bloccare? E che cos’è? Qual è la vera natura del potere, e che cosa può fare, oggi nessuno pare averlo capito davvero. Ciò che domina in noi è la paura. E basta. Si parla dei poteri forti, si parla della nostra sicurezza nelle nostre case e di quella dei nostri cari e delle nostre cose, si parla dei pericoli della mafia, del terrorismo, della massoneria… Ma sono davvero queste le cose che ci fanno paura e ci impediscono di parlare? Non credo che sia razionale pensarlo. Prova ne è la fioritura, nei mass media (tradizionali e nuovi), di discorsi di ogni genere su qualsiasi argomento. La vera paura, che ci blocca, a mio modo di vedere, è la paura di noi stessi e dei nostri reali pensieri in rapporto alla realtà che ci circonda e alle nostre cose. Se è nato un pensiero unico, che è cresciuto fino a dominarci, è stato perché abbiamo avuto paura di confrontarci con noi stessi e fra noi e scoprirci diversi uno dall’altro… Scoprire che un pensiero unico e un’essenza unica non esistono e non possono esistere semplicemente perché Qualcuno ci ha voluti diversi. Naturalmente, non parlo né di diversità ontologica né di diversità biologica o altra. La diversità, cui alludo, è semplicemente psicologica, intellettiva, culturale (nel senso più ampio possibile del termine), legata alla struttura biologica, cognitiva, di dipendenza dal Paese e dall’etnia da cui provieni (non dico razza, perché adesso ci stanno insegnando che parlare di razza non ha senso. E qui non mi dilungo perché toccherei un argomento che non mi compete, ma tenete presente che una critica potrebbe interessare, sebbene di striscio, anche questo argomento). Ecco: abbiamo paura di scoprirci diversi, diversi l’uno dall’altro e diversi anche nel nostro stesso essere rispetto ai giorni, ai mesi, agli anni, che trascorrono (e dirlo non è una banalità, perché noi crediamo che il vecchio che pensa in modo diverso da noi o è retrogrado o è rincretinito. Se ci facciamo caso, ma caso veramente, noi, diventati più maturi, cominciamo a pensare le cose diversamente, magari come i nostri anziani genitori o i nostri nonni, che non ci sono più. Non è filosofia, è la realtà della vita). Abbiamo paura di tante cose, ma quella che ci impedisce di parlare è la paura che le nostre riflessioni buttino all’aria il castello, che ci siamo costruiti sulle nuvole, o che ce lo disveli di aria anch’esso.
Se, per esempio, applichiamo quanto ho detto sopra, possiamo scoprire che il mondo è molto più complesso di quella marmellata, che ci vogliono proporre, e che la cultura e la psicologia (e/o le ideologie) non hanno inciso sulla sua costruzione in maniera omogenea, ma, viceversa, che, in larga misura, il suo sviluppo è stato voluto dalla natura (certo, non in maniera deterministica!) e che l’uomo e ciò che ha creato intorno a sé sono un prodotto dell’ambiente. Non nel senso in cui lo intendevano i Naturalisti o i Positivisti, naturalmente, ma nel senso che ogni ambiente crea delle opportunità che altri non hanno. Certamente, questo non toglie che chi non ha quelle opportunità un giorno non possa averle (e qui entra la nostra personale inventiva e la responsabilità, che dovremmo avere l’uno per l’altro).
E qui credo che, per rendere più chiaro quanto detto, debba fare degli esempi. E va da sé che ciò che segue non vuol essere né razzista né intende offendere nessuno, ma dire solo la verità sulla direzione, che stiamo prendendo, per paura di affrontare… la paura.
La nostra Europa si trova in balia di numerose situazioni, che la stanno cambiando in profondità, cambiamenti su cui, però, per vari motivi, non tutti siamo d’accordo. Queste situazioni vanno dalla presentazione di un modello di Stato senza confini, al martellamento per far accettare agli stessi Stati leggi e stili di vita contro la persona (aborto, eutanasia – anche su minori e contro il parere dei genitori – e fecondazione assistita, uteri in affitto ecc.), l’antropologia e la natura (omosessualismo e gender), fino alla convinzione che la nostra cultura e, perfino la nostra religione, così come le abbiamo conosciute e praticate fino a oggi, non vanno più bene o le cui convinzioni erano sostanzialmente fuorvianti e/o frutto di interpretazioni errate e malintese. E si potrebbe continuare.
A cosa porta tutto ciò? Nietzsche avrebbe detto alla nascita di un uomo nuovo, di un Superuomo. Secondo l’interpretazione di chi scrive, invece, al completo annichilimento della persona. È, infatti, evidente che, qualora si sovverta l’ordine normale su cui poggiano i cardini della concezione di Stato, di Famiglia, di Persona finanche; qualora si minino e/o si relativizzino quelli che sono stati per almeno duemila anni i canoni di base della nostra Cultura e della nostra Religione, allora davvero non possiamo dire più nulla che non sia dominato dalla paura. Non per niente quei partiti e movimenti che denunciano tutto ciò (coloro che si oppongono alle sinistre e – mi permetto, per una volta, una parola che non amo molto – al cattocomunismo del “volemose bbene” e dell’ammore), i cosiddetti “populisti”, sono accusati di seminare paure.
A me sembra che la paura sia l’emozione più normale di fronte a quanto stiamo creando (non per niente, nel Discorso Escatologico evangelico, Gesù ci dice che, negli ultimi tempi, gli uomini moriranno di paura per l’attesa di ciò che accadrà; cfr. Lc. 21,26). E la paura vera impietrisce, impedisce di parlare, oltre che di muoversi.
Cosa c’entra questo con il fenomeno immigrazione? Probabilmente, niente, però dice un proverbio «Chi pecora si fa il lupo se la mangia». Se non invertiremo la rotta e non ritorneremo alla forza della nostra Civiltà, scompariremo davvero. E molti sono preparati a questo. Chi ci sta lavorando e chi aspetta che l'opera sia compiuta per approfittarne.

martedì 29 maggio 2018

«GOVERNO DEL CAMBIAMENTO? NO, GRAZIE, CAMBIAMENTO DI GOVERNO!»


Sì, in pratica ci hanno detto questo! E il problema è che la colpa che non è (o non è soltanto) da addebitare al Presidente della Repubblica, il quale si è probabilmente dovuto barcamenare fra le sue prerogative costituzionali, i diktat europei e il mantenimento di un profilo d'imparzialità. E vorrei vedere chiunque di noi a cercare la quadratura del cerchio fra queste tre esigenze abbastanza diverse fra loro.
Con questo, chiaramente, non voglio sminuire la gravità di ciò che è successo, ma solo cercare di scusare il povero Presidente Mattarella, che in queste ore è diventato oggetto di attacchi ignobili, che esulano dal civile confronto fra idee contrapposte per sfociare nelle competenze del codice penale. Che ognuno possa dire quello che vuole è cosa legittima in democrazia, ma che si arrivi a minacciare di morte no; non è né democratico né lecito. Lascia intravedere soltanto una mentalità rozza e violenta. Solidarietà al Presidente Mattarella, dunque, senza se e senza ma. La messa in stato d'accusa? Personalmente, la ritengo una ridicola boutade, ma, se ci sono gli estremi e qualcuno lo farà, si trovi la smoking gun, la prova regina, del tradimento e si proceda secondo la legge. Ma la minaccia e la violenza no.
Fin qui sul Presidente. Il resto va da sé. Checché si pensi, è chiaro che la vicenda del nominando governo Conte è stata una delle più brutte pagine della storia politica italiana. Quello che mi sembra peggio, però, ed è proprio questo il motivo per il quale la ritengo la pagina peggiore della storia politica italiana, è che i veti posti – sì, i veti, perché, attraverso il "nein" al nome di Paolo Savona, si è palesato anche un "nein" a tutto un progetto di cambiamento e, in fin dei conti, un "nein" alla volontà dell'intero popolo italiano – non erano politici come è capitato altre volte, ma di natura pregiudiziale (anche dopo che lo stesso Savona ha parlato chiaro) e dettati da elementi esterni alla Nazione.
E adesso? L'incarico a Cottarelli risolverà veramente le cose? Stando ai si dice e ai preliminari, potremmo pensare che si vada verso una soluzione pasticciata, con la quale alcune delle parti in causa (PD e Compagnucci, essenzialmente) sarebbero soddisfatte. Certo, per affrontare l'eventuale voto ad agosto / settembre (con altra, e migliore, legge elettorale, si speri!) nel caso di mancanza del voto di fiducia, potrebbe essere anche una buona soluzione (dico potrebbe, perché della cosa si hanno forti dubbi, cfr. ad esempio, lo spread che non scende ancora), ma il problema rimane. Non si dice no a un governo nato a fatica da una "maggioranza" creata con un'alchimia artificiale, ma che poteva anche funzionare, soltanto perché non va bene ai burocrati e ai lobbisti di una istituzione, che vuole distruggere l'identità di Stati sovrani, e a Stati sovrani che credono di essere padroni assoluti del resto del mondo.
E, d'altra parte, pensate un po'! C'è anche qualcuno che rimarrebbe fuori dai giochi di potere. E, guarda te, è proprio colui al quale una manciata d'anni fa è stato riconosciuto veramente il potere. Indovinate un po' chi è?

sabato 2 dicembre 2017

Prima domenica di Avvento



Con il nuovo Anno Liturgico mi è piaciuto aprire una nuova rubrica, che presto sarà una pagina nuova di questo blog. Si chiamerà «Una Parola per te» e avrà contenuto espressamente cattolico. Settimanalmente, a cadenza fissa, cercherò di occuparmi delle Letture della Santa Messa domenicale; sporadicamente, in specifiche occasioni, si potranno leggere biografie di Santi, di cui ricorre la memoria, commenti e pareri su notizie riguardanti il mondo cattolico e la vita della Chiesa, il Papa, la politica ecc. È, o vorrebbe essere (lo direte voi lettori, man mano che l'idea si sviluppa, se ci sono riuscito), un modo personale per rispondere all'invito degli ultimi Pontefici a diffondere il Vangelo anche con gli strumenti della tecnologia contemporanea. In attesa della modifica definitiva, vi propongo le Letture e la riflessione della Prima domenica di Avvento.
Vostro nel Signore
Rocco


PRIMA DOMENICA DI AVVENTO



PRIMA LETTURA
Dal Libro del Profeta Isaia (Is. 63, 16b-17, 19b; 64, 2-7)

Tu, Signore, sei nostro padre, da sempre ti chiami nostro redentore. Perché, Signore, ci lasci vagare lontano dalle tue vie e lasci indurire il nostro cuore, così che non ti tema? Ritorna per amore dei tuoi servi, per amore delle tribù, tua eredità. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! Davanti a te sussulterebbero i monti. Quando tu compivi cose terribili che non attendevamo, tu scendesti e davanti a te sussultarono i monti. Mai si udì parlare da tempi lontani, orecchio non ha sentito, occhio non ha visto che un Dio, fuori di te, abbia fatto tanto per chi confida in lui. Tu vai incontro a quelli che praticano con gioia la giustizia e si ricordano delle tue vie. Ecco, tu sei adirato perché abbiamo peccato contro di te da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te; perché tu avevi nascosto da noi il tuo volto, ci avevi messo in balia della nostra iniquità. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani.

SALMO RESPONSORIALE (Dal Salmo 79 [80])
Rit. Signore, fa' splendere il tuo volto e noi saremo salvi.

Tu, pastore d'Israele, ascolta,
seduto sui cherubini, risplendi.
Risveglia la tua potenza
e vieni a salvarci. Rit.
Dio degli eserciti, ritorna!
Guarda dal cielo e vedi
e visita questa vigna,
proteggi quello che la tua destra ha piantato,
il figlio dell'uomo che per te hai reso forte. Rit.
Sia la tua mano sull'uomo della tua destra,
sul figlio dell'uomo che per te hai reso forte.
Da te mai più ci allontaneremo,
facci rivivere e noi invocheremo il tuo nome. Rit.

SECONDA LETTURA
Dalla Prima Lettera di S. Paolo Apostolo ai Corinzi (1Cor. 1, 3-9)

Fratelli, grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo! Rendo grazie continuamente al mio Dio per voi, al motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù, perché in lui siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della conoscenza. La testimonianza di Cristo si è stabilita in voi così saldamente che non manca più alcun carisma a voi, che aspettate la manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo. Egli vi renderà saldi fino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo. Degno di fede è Dio, dal quale siete stati chiamati alla comunione con il Figlio suo Gesù Cristo, Signore nostro.

VANGELO
Dal Vangelo secondo Marco (Mc. 13, 33-37)

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!»


In questa prima domenica di Avvento, la liturgia ci parla di due atteggiamenti che devono essere costanti nella vita: la conversione e la vigilanza.
Di conversione parla la prima Lettura tratta dal profeta Isaia o, per meglio dire, dal cosiddetto Trito Isaia, o Terzo Isaia (l'Autore dei capp. 56-66 del libro), cioè, probabilmente, un discepolo del Deutero Isaia (capp. 40-55) o Secondo Isaia o, addirittura, del Proto Isaia, o Primo Isaia (capp. 1-39). Questi è il profeta del ritorno dall'esilio babilonese in un contesto di ricostruzione non solo materiale e politica (di questo si occuparono il governatore Neemia e il sacerdote Esdra, i titolari degli omonimi libri biblici), ma soprattutto morale e religiosa. Per ricominciare daccapo, il resto d'Israele, cioè coloro che fecero ritorno grazie all'editto di Ciro (539 a. C.), aveva bisogno di conoscere ciò che era successo e perché. Dopo il ritorno a Gerusalemme, esso doveva apparire sperduto e senza reali speranze. È per questo che il profeta prorompe nell'esclamazione, che troviamo all'inizio del brano, che la Chiesa ci fa leggere questa domenica: Se tu squarciassi i cieli e scendessi, il tuo popolo vedrebbe veramente chi sei. Avrebbe la migliore testimonianza della tua essenza di padre amoroso e misericordioso. In realtà, da troppo tempo Dio non si manifestava più in modo eclatante come nei tempi antichi per compiere azioni meravigliose per il suo popolo. Il profeta, tuttavia, sa che Dio non abbandona mai i suoi figli e che, quindi, qualcosa farà. Il fatto stesso che si è servito del pagano Ciro dovrebbe far capire che Egli è il Signore della Storia e nelle Sue mani è il destino di tutti gli uomini e di tutti i popoli. Ma il problema è un altro. Il problema è il popolo. Non è Dio ad essersi allontanato dal popolo, ma quest'ultimo ad essersi allontanato da Dio e quando ci si allontana da Dio, non si capisce più niente, la Storia segue strade senza una meta precisa, ogni nostro atto, anche quello fatto con le migliori intenzioni, risulta sporco, inquinato. Allora, il problema è proprio questo allontanamento, questo trascurare il Nome di Dio, questo non abbracciarlo e non averlo vicino. No, Lui non si allontana. Ci nasconde solo il suo volto, ma continua ad esserci vicino. E aspetta. Aspetta il nostro primo passo, il nostro ravvedimento o, forse, solo il più piccolo riconoscimento della mancanza di risposta a questo suo desiderio di riabbracciarci, solo il più piccolo sorgere nel cuore della consapevolezza che la nostra libertà, i nostri atti, sono inficiati, sono come intrappolati, in quella cosa sporca che si chiama "peccato". A fare il resto, poi, ci penserà Lui. Come afferma San Paolo, infatti, Dio stesso, per mezzo di Gesù Cristo, ha già fatto tutto. Attraverso Gesù, il Padre ci dona la Grazia per poter camminare veramente e costantemente nelle sue vie. E le sue vie sono vie d'incontro, vie di amore e di giustizia, vie di misericordia e di perdono, ma anche vie di giudizio. E proprio questo, infatti, mi sembra il senso della mini-parabola evangelica e dell'invito di Gesù a vegliare e a "fare attenzione". Il fine della vita e della Storia è l'incontro con Lui, un incontro che potrà essere di gioia o di afflizione. E sarà in eterno. Ecco, dunque, perché bisogna vigilare, perché il Signore ci paragona a servi in attesa del ritorno del padrone e sottoposti ad un portiere. Perché tutto vada bene, perché i beni del padrone non siano violati, ma anche perché il sonno che ci assale quando ci sembra che il padrone ritardi non sia pesante, ma anche questo fecondo di attesa.

A colloquio con il Signore

O Signore, il nostro è un tempo di attesa, attesa per le cose più svariate, dalle meno importanti alle più necessarie: il tempo che farà nel pomeriggio o il giorno dopo e che mi permetterà di vedere un amico, un parente, avere la possibilità di giocare una partita di calcio, andare al cinema…, attesa di un lavoro che non c'è ancora e l'incertezza del futuro, attesa di vedere il frutto del lavoro e la concreta possibilità di trasformarlo in amore dato e ricevuto in famiglia, attesa di buona salute quando siamo malati, attesa di giustizia quando sembra che, intorno a noi, tutto vada male…
Rendi feconde, Signore, queste attese con la Tua presenza, accendi in noi la consapevolezza che, nelle Tue mani, niente sarà perduto. Insegnaci a riempire le nostre attese di Te e del Tuo amore. Fa' che le nostre attese non siano aride aspettative di indefinito, riempite solo della nostra rabbia e del nostro peccato, ma che, al contrario, anelino all'infinito.
AMEN

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