domenica 7 agosto 2016

A Messa con gli Islamici (?!)



Ho scritto queste considerazioni all’indomani della manifestazione, che ha visto, il 31 luglio, insieme, durante la S. Messa domenicale, la presenza di fedeli dell’Islam per offrire ai cattolici un gesto di pace in seguito all’uccisione del sacerdote francese Padre Jacques Hamel. Il tempo trascorso da quel giorno, dovuto a motivi personali, mi ha distolto dal pubblicarlo. La lettura di un articolo de La Nuova Bussola Quotidiana (questo) mi ha fatto capire che “il problema” è ancora di attualità e, quindi, mi ha indotto a riprenderlo.


Così, a pelle, sabato 30 luglio, venendo a conoscenza della strana idea avanzata dai gruppi musulmani di Francia – e subito seguita in Italia, con il plauso della CEI (non voglio essere frainteso: espongo solo dei fatti) – della partecipazione, appunto, di fedeli musulmani alle SS. Messe del giorno successivo, per offrire ai cattolici un messaggio di solidarietà, vicinanza e pace per il barbaro assassinio di Padre Jacques Hamel a Rouen, sono caduto dalle nuvole, anzi sono rimasto veramente di stucco (o, come si dice oggi, basito, che dovrebbe essere più forte del semplice “rimanere di stucco”). Mi pareva una cosa veramente fuori luogo: usare la Chiesa nel suo momento più alto per una manifestazione ecumenica? Non lo vedevo opportuno. Fra me e me, pensavo ai momenti ecumenici veramente grandiosi voluti ad Assisi da San Giovanni Paolo II prima e da Benedetto XVI successivamente e rivedevo nella mia mente i particolari di quegli incontri, cioè come con il Papa polacco l’incontro avvenne all’esterno del Luogo sacro e la preghiera aveva, a quello che ricordo, accenti universali e condivisibili da tutte le fedi. Mi è venuto in mente come il Successore, da teologo par suo, operò le distinzioni e i rappresentanti delle varie fedi ebbero, a particolare uso, un luogo specifico del Sacro Convento e come la Chiesa fu riservata ai soli cristiani.
Naturalmente, la celebrazione e l’intento di ciò che sarebbe avvenuto domenica 31 luglio sarebbero stati assai diversi. E qui permettetemi una tirata polemica: assai diversi perché, certamente, è diverso (ma mica, poi, tanto!) il tempo storico, ma, soprattutto, assai diversi perché, nei giorni che stiamo vivendo, stiamo assistendo a qualcosa di assai diverso, di cui i più (e, fino a poco tempo fa, anche il sottoscritto) fanno fatica ad accorgersi e che non sappiamo, o non vogliamo, ammettere, che, cioè, «le magnifiche sorti e progressive» (per citare il Leopardi de “La Ginestra”, bellissimo testo poetico, che abbiamo inconsapevolmente fatto manifesto del nostro decadente Occidente) del multiculturalismo e delle società multietniche sono miseramente fallite e che i nostri capi – ahimè, in parte, anche religiosi! – si accingono a dare il colpo di grazia a quello che, per un paio di millenni, è stato un bel sogno, il bel sogno di quelli che oggi paiono un pugno di illusi, capeggiati da Uno più illuso di loro che, per realizzarlo, si è fatto uccidere su una croce, cioè nel modo più ignominioso e crudele che il sistema penale universale abbia potuto inventare. Società multietnica e multirazziale, infatti, significava PARITÀ fra le parti e non assoggettamento di una alle altre e, soprattutto, rispetto reciproco. Oggi stiamo assistendo allo sfaldamento di tutto questo ad opera di una parte, che rischia di divenire (perdonatemi un aggettivo brutto, ma, credo, efficace) cancerosa per la nostra civiltà. E non è solo ad opera del cosiddetto “Stato Islamico” (IS, o ISIS). Ormai è acclarato che quelli sono delinquenti assassini, ma è pensabile che la colpa sia proprio di coloro che abbiamo in casa.
Come molti, da un certo punto di vista, sono convinto anch’io che l’Islam non sia tutto uguale (d’altra parte, nemmeno il Cristianesimo è tutto uguale, se pensiamo al variegato mondo delle confessioni protestanti) e che esistano delle frange più estremiste e altre più moderate, ma il problema è: che cosa credono questi moderati? Come leggono quel Corano, che hanno in comune con gli estremisti e, persino, con i radicali e criminali dell’ISIS? Che cosa intendono quando leggono quei versetti, che indiscutibilmente comandano la persecuzione e/o l’uccisione dell’infedele (del miscredente)? Non ce l’hanno spiegato. Nei vari talk show di destra o di sinistra, l’imam di turno si limita a dire che non è vero che il Corano è violento e che l’Islam è “pace”, ma mai ci spiega quale sia il senso di questa "pace" (visto che la suddetta parola "islam" significa anche "sottomissione") e che cosa davvero vogliano dire quei versetti. Fino a che punto, dunque, possiamo ritenerli moderati?
Ma, su questo argomento, credo che basti. Ritorno all’evento di domenica 31 luglio.
In molte chiese e in molti paesi, da Nord a Sud (anche a Bari), c’è stata partecipazione alla manifestazione (in realtà, non riesco a chiamarla in altro modo), ma le cifre non reggono il confronto con il numero dei musulmani presenti in Italia fra immigrati e italiani convertiti a quella religione (25.000 presenze in tutto a fronte di un totale di 1.500.000 di musulmani). E c’era da immaginarlo, poiché persino un bambino di media intelligenza dovrebbe essere in grado di capire che convincere una persona veramente credente a essere presente all’azione cultuale di un’altra religione proprio facile non è. Il problema, però, è un altro, anzi sono due: innanzi tutto, pare che, nelle chiese dove erano presenti fedeli musulmani, i presenti alla S. Messa di quell’ora erano in numero minore e hanno assistito alla celebrazione con atteggiamento guardingo (quindi, la celebrazione stessa è stata vissuta con paura – “e te credo!” – direbbero a Roma. Con la prospettiva reale di saltare in aria…). Secondariamente, ci si potrebbe chiedere: come sono stati percepiti da quei musulmani i vari momenti della Messa? Perché, anche se è chiaro che chi non crede ad un dato modo di pensare (non solo in materia religiosa, ma anche politica e, finanche, nelle scelte della vita quotidiana), ti guarda sempre in modo beffardo nelle tue manifestazioni, però un conto è il beffardo di chi ti dice, per esempio, “Ma guarda che scemo a credere a queste fandonie!” Che già sarebbe grave in un contesto come questo di cui nell'articolo. Un altro conto è il concepimento del pensiero che, un giorno o l’altro, sarebbe giusto vedere, in un'occasione come quella, scorrere del sangue (e non è un pensiero esagerato e xenofobo se è vero, come ha riferito Magdi C. Allam alla trasmissione “Dalla vostra parte” di Rete 4, lunedì 1 agosto, che proprio nella Cattedrale di Bari è stato permesso all’imam della città, Sharif Lorenzini, la recita (in arabo, ovviamente!) della Sura 1 del Corano (L’Aprente), in cui si chiede ad Allah di guidare il credente sulla retta via, cioè la via «di coloro che hai colmato di grazia [secondo molti esegeti, i musulmani, i veri credenti, e, soprattutto, i martiri (è lecito, dunque, chiedersi “quali martiri? Quelli del jihad?"); n. d .r.], non di coloro che nella ira [gli Ebrei; n. d. r.], né degli sviati [i Cristiani].» E questo da un imam italiano convertito).
In quest’ultimo caso, davvero può aver ragione chi va dicendo che, per proclamare la sharia (la legge coranica) e poterci sgozzare liberamente e impunemente, non aspettano altro che essere soprannumerari rispetto a noi?
Senza contare, poi, che da qualche parte si è anche esagerato, (Ventimiglia, dove, al momento della Comunione, sono stati distribuiti – pare in segno di pace – dei pezzi di pane anche ai musulmani), facendo teatro persino del Santissimo Corpo del Signore.
Non sarebbe il caso, piuttosto, di celebrare SS. Messe in suffragio del povero Padre Jacques e in riparazione di eventuali sacrilegi?

domenica 17 luglio 2016

TRA IL DIRE E IL FARE



«Io penso che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana. Ciò che mi pare senza avvenire è la “cultura del niente”, della libertà senza limiti e senza contenuti, dello scetticismo vantato come conquista intellettuale, che sembra essere l’atteggiamento dominante nei popoli europei, più o meno tutti ricchi di mezzi e poveri di verità. Questa “cultura del niente” (sorretta dall’edonismo e dalla insaziabilità libertaria) non sarà in grado di reggere all’assalto ideologico dell’islam che non mancherà: solo la riscoperta dell’avvenimento cristiano come unica salvezza per l’uomo - e quindi solo una decisa risurrezione dell’antica anima dell’Europa - potrà offrire un esito diverso a questo inevitabile confronto». 

Giacomo Card. Biffi (1928-2015)

Di fronte all’ennesima tragedia di origine islamica, che ha colpito la Francia, questa volta nel giorno della sua Festa Nazionale, cioè nel giorno che dovrebbe rimarcare l’identità repubblicana e riunire tutti i Francesi che si riconoscono nel tricolore blu, bianco e rosso, non credo dover esserci più parole. Mi ritengo un buon cattolico (ancora in cammino, per carità!) praticante e, come tale, attento alle necessità dei fratelli (attivo nella Caritas); qualche volta, sia sui social network sia “dal vivo”, ho sostenuto la necessità dell’accoglienza in chiave di obbedienza alle parole di Gesù, che si identifica nei fratelli più poveri e che ci giudicherà in base alla carità e non ad altro. E qualche volta ho anche litigato. Tutto ciò, ovviamente, non lo rinnego – ci mancherebbe! –, ma quanto stiamo vivendo, e l’abbondanza di notizie e dietrologie circa movimenti di “certe manine” (e di certi ben noti grembiulini) dietro l’agire di questo o quel politico e questa o quella decisione dell’ONU o dell’UE, notizie che è possibile trovare in Internet e su cui, per questione di spazio, non mi dilungo (ma spero di spendere qualche post, prima o poi), permettono di scoprire una realtà sommersa a dir poco aberrante, che ci porta a credere alla possibilità che chi finora era tacciato di razzismo quando parlava di protezione, anche innalzando muri, non avesse, poi, tutti i torti. Credo arrivato davvero il momento di lasciar perdere le belle parole del politicamente corretto e di darci da fare tutti insieme per fermare una deriva pericolosa per tutti noi, che con fatica abbiamo costruito davvero la possibilità di vivere insieme pacificamente, gettando veramente ponti (metaforici e reali) che hanno permesso l’unione di più popoli. E ciò non è stato fatto “con la spada”, come qualcuno vuole farci credere, ma con la cultura, con le leggi e con la Fede. Anzi, partirei proprio dalla Fede, perché è stato proprio il credere di uomini e donne che non tutto finiva nell’angusto spazio di questa Terra troppo piccola per accogliere grandi speranze che ha permesso la costruzione di una civiltà, che a buon diritto possiamo gloriarci di chiamare “civiltà dell’amore”. E ciò, certamente, è avvenuto non senza versare sangue. Ma questo era nel conto. Qui, mi sorge il timore di scandalizzare qualche benpensante: la violenza – certamente sempre da condannare –, frutto di egoismi e di invidie, in un certo senso e in certi modi, fa parte della passione, intesa come ricerca e perseguimento maniacali di un'idea.
Ma i simpatizzanti del politicamente corretto chiamano tutto questo razzismo. Razzismo, cioè odio verso tutte le manifestazioni del diverso (guarda la definizione che del sostantivo dà il Vocabolario Treccani).
Ma è razzismo credere nella possibilità di difenderci con ogni mezzo da chi, è conclamato, ha in odio noi (“i miscredenti” e “gli infedeli”) e la nostra civiltà? Perché, poi, il discorso è proprio questo. Sia che si tratti di quel gruppo umano che, con le sue varie sigle, abbiamo inserito sotto il comune nome di “terrorismo islamista” sia che si tratti delle pretese del cosiddetto “Islam moderato”, abbiamo deciso che non bisogna rispondere più di tanto a questi “compagni che sbagliano” (come dicevano delle BR i comunisti degli anni Settanta / Ottanta). È veramente razzismo proteggere, almeno proteggere, se non siamo più capaci di far avanzare, quella civiltà e quei costumi basati sulla parola del Dio-Uomo, che ci ha espressamente comandato di andare in tutto il mondo e di battezzare, nel Nome di quella Trinità che è la Sua profonda essenza? Sì, a quanto pare è razzismo! È razzismo, perché “tutte le Divinità”, come tutti gli uomini, devono essere uguali e il Dio che conquista il mondo con la sottomissione e la spada è uguale al Dio che, per conquistarci, si sottomette Lui Stesso a noi e muore Lui stesso nel modo più obbrobrioso, modo in cui ancora oggi qualcuno uccide, nel silenzio generale, i Suoi figli, che vogliono essergli fedeli.
È vero, la violenza non è bella e un cristiano dovrebbe starne lontano e, al contrario, darsi da fare per rimuoverne le cause e, così, creare davvero la possibilità di una vita veramente degna dell’uomo, di tutti gli uomini. Ma non è, forse, vero che anche il Catechismo della Chiesa Cattolica (§§ 2263-2267, pag. 604) permette la legittima difesa fino alla soppressione fisica del reo, quando non ci sono altri mezzi per proteggere la comunità e, soprattutto, quando l’uccisione del reo non sia pena sproporzionata alla sua colpa? E ciò non è un pensiero “moderno”, ma risale addirittura all’insegnamento di S. Tommaso d’Aquino (cfr. note ai paragrafi sopra citati).
Non sono un esperto di geopolitica o di diplomazia internazionale per valutare l’equità di una guerra contro l’Isis o Daesh, che dir si voglia, ma credo di poter dire che, se ci teniamo a difendere la nostra civiltà e le nostre conquiste e se non vogliamo permettere che arretrino di fronte alla forza di queste “spinte esterne”, dovremmo anche pensare senza troppo schifo che il ripristino dei confini nazionali e il loro severo controllo – se la costruzione dei muri e dei fili spinati la si ritiene troppo immorale – e il diniego di fronte alla continua richiesta di moschee e centri islamici siano il minimo per garantirci la libertà e la sopravvivenza.
O, forse, no? Perché Gesù ci ha detto, senza “se” e senza “ma”, di amare i nostri nemici e, se non vogliamo fare di Lui un bugiardo, dobbiamo accettare il suo Vangelo integralmente e sottoporre la nostra logica e il nostro modo di vivere alla sua luce e alla sua logica, che è quella dell’insegnamento, quella parola che salva, che da quel tragico 1789,
Presa della Bastiglia. Olio su tela di Jean-Pierre Houel (1789)

sembra aver perduto la Sua forza dirompente, e la testimonianza di quelle Virtù Teologali (Fede, Speranza e Carità), che sono state la vera base della costruzione della nostra Europa.
In ogni caso, l’amarezza e il dolore per una civiltà decadente e stanca di sé rimangono. Ma, interroghiamoci, queste sensazioni non derivano, forse, dalla consapevolezza di non averle sapute difendere meglio, quella libertà, quell’uguaglianza e quella fratellanza, che, in fondo, sono valori insegnati dallo stesso Gesù?
Crocifissione. Olio su tela di Gianbattista Tiepolo (1745-1750)
Allora siamo ad un bivio, la nostra civiltà è ad un bivio: o chi ha la possibilità di farlo – parlo dei politici e, soprattutto, dei politici cristiani – si allontani dalle chiacchiere vuote e dalla corsa allo svuotamento collettivo dei valori e faccia funzionare il cervello per creare vere condizioni di libertà e di uguaglianza (per tutti, perché non è concepibile una guerra fra poveri, nella situazione odierna) o, davvero, potremo dire che la nostra civiltà, il nostro desiderio di uguaglianza, sono stati soltanto un bellissimo sogno. E la nuova Europa sarà l'amaro risveglio.
Noi (mi metto anch’io, indegnamente), professionisti della parola e creatori di Cultura, non possiamo fare altro che essere guide in questo processo. E, se credenti, pregare.

lunedì 9 novembre 2015

CHI CERCA DI AVVERSARE FRANCESCO?



Il caso che ha fatto – e sta facendo – clamore in questi giorni sui media, l’arresto di Mons. Lucio Angel Vallejo Balda e Francesca Immacolata Chaouqui, personaggi di punta nella Commissione voluta da Papa Francesco per la gestione degli affari economici della Santa Sede, la conseguente pubblicazione (ci si può interrogare sul tempismo degli editori o di chi ha pilotato l’operazione, ma questa è un’altra storia) di libri basati su documenti riservatissimi e il “taglia e cuci” su chi e come si vive all’interno del Vaticano, sembra ancora una volta contrapporre due tipi diversi di Chiesa, uno buono, quello rappresentato da Papa Francesco e dalla sua volontà di riforme, e quello dei curiali, retrivi e restii ai cambiamenti, nonché opulenti e corrotti. Il tutto, naturalmente, “per aiutare lo stesso Santo Padre nella sua opera di riforma”. Quale nobiltà d’animo! Peccato che tutta l’operazione puzzi di denaro lontano un miglio e che l’opera di Francesco vada nel senso inverso, cioè sulla strada della sobrietà e dell’autentico servizio alla Chiesa e all’uomo!

Con questo mio articolo non voglio né commentare i fatti o aggiungere carne al fuoco (non mi compete e, d’altra parte chi ha questo tipo di curiosità può attingere a piene mani sui giornali, sui siti e sui blog a tema) né, come consigliava san Pio da Pietrelcina, mi permetto di giudicare uomini di Chiesa che non si comporterebbero secondo il Vangelo, che annunciano, né, tantomeno, vorrei fare pubblicità ai libri in questione. Se ne parla già tanto. Si sa: gli scandali aumentano le vendite. Il problema è perché, in questo primo scorcio del XXI secolo, la Chiesa si sia trovata in questo caos (fermo restando che, nella sua bimillenaria storia, ne ha viste di cotte e di crude, senza perdere la bussola e resistendo, appunto, per due millenni. E se un non credente come Vittorio Feltri fa di questa solidità della Chiesa la base del “sospetto” circa l’esistenza di Dio, è tutto dire!).
Diverse voci (fra cui quella di Antonio Socci nel suo libro “Non è Francesco”) richiamano alcune profezie (la visione di Papa Leone XIII [2 marzo 1810 – 20 luglio 1903; Papa dal 3 marzo 1878 fino alla morte], quelle della Beata Anna Caterina Emmerick [8 settembre 1774 – 9 febbraio 1824], soprattutto la cosiddetta “profezia dei due Papi”, i segreti di Fatima e quelli presunti di Medjugorje [sui quali – è bene ricordarlo – la Chiesa deve ancora ufficialmente pronunciarsi e le indiscrezioni che girano in rete non fanno assolutamente testo]), che riporterebbero a questo nostro tempo lotte apocalittiche fra lo Spirito del Male e la Santa Chiesa e la temporanea vittoria del primo (concessa da Dio) sulla seconda.
Pur vedendo bene che i fenomeni richiamati sono nati in seno alla Chiesa Cattolica e, almeno in parte, sono stati riconosciuti, il loro carattere il loro stile apocalittico (derivato, cioè, dall’Apocalisse) non mi permettono di dare su di essi un giudizio obiettivo né per accettarli né per respingerli. L’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, cardinale Joseph Ratzinger, parlò, a nome di San Giovanni Paolo II, del terzo segreto di Fatima con queste parole (clicca qui). La Storia della Chiesa, dunque, è la storia del rapporto d’amore fra l’intero popolo di Dio e il suo Creatore e Signore, rapporto sempre segnato dall’infedeltà (cfr. il libro biblico del Profeta Osea) e dal disordine che nasce allorquando Satana cerca di portarci dalla sua parte e l’Umanità si rende proclive ad accettare la sua immonda signoria. È innegabile che ai nostri giorni vediamo tanti segni dell’infiltrazione del “fumo di Satana (come lo chiamò il Beato Paolo VI) nel tempio di Dio” (che non è solo la Chiesa come istituzione, il Vaticano, ma tutto il popolo cristiano. Il mio pensiero è che noi comuni fedeli siamo proclivi a vedere l’esterno, ma non riusciamo a vedere l’interno (ancora una volta, si fa vera quella parola del Signore ai Farisei che pulivano bicchieri e stoviglie solo all’esterno, ma che all'interno lasciavano ogni sorta di sudiciume; Mt. 23, 25). Certo, non è una bella cosa vedere uomini che predicano l’amore per i poveri e la vicinanza ai derelitti abbuffarsi di beni materiali e privilegi, leciti e illeciti, ma credo più grave agli occhi di Dio la disobbedienza alla Sua Santa Maestà e alla Sua Legge, quando si vuol rendere lecito l’illecito, quando si vogliono togliere a Dio i Suoi sovrani diritti di Sommo Legislatore e Ordinatore del mondo, quando si trova buona e giusta la violenza pubblica e privata e la guerra per vendere armi e strumenti di morte vari, quando un politico, soprattutto se si dice cristiano, approva leggi contro la vita e contro la famiglia, quando si vuol togliere ai bambini i loro diritti, in primo luogo quello di vivere serenamente in una famiglia in cui mamma e papà (ripeto mamma e papà) si vogliono bene e gli vogliono bene, quando si permette il dilagare della corruzione e di un’economia che attanaglia i Paesi poveri, quando si permette che a pochi centimetri dal nostro naso c’è chi tende una mano e la maggior parte di noi volge lo sguardo dall’altra parte ecc. ecc. (ne abbiamo tante da aggiungere. Per tutti: singoli individui, gruppi e lobby!)
Ecco perché, secondo me, c’è stato Vatileaks 2.
Ponendo l’attenzione su questi aspetti della vita cristiana, il Papa si è reso inviso a molti. La stessa divisione, vera o presunta, fra vescovi e cardinali “tradizionalisti” e vescovi e cardinali “progressisti”, o bergogliani, come li chiamano i detrattori di Papa Francesco, secondo me, non ha una vera e propria importanza, se è vero che, fra i cardinali “spendaccioni”, ci sono l’Arcivescovo di Sidney, George Pell, dirigente del C9 (come è stata chiamata la commissione che affianca il Pontefice nella riforma della Curia) e, quindi, sicuramente bergogliano, e l’ex Segretario di Stato, Tarcisio Bertone, uomo – pare – inviso al Papa (ma stretto collaboratore di Ratzinger alla Congregazione per la Dottrina della Fede e, quindi, presumibilmente, “tradizionalista”) e, soprattutto, se è vero che al Sinodo, sia pure per pochi voti, è passata la tesi attribuita ai “tradizionalisti”. Ciò, al limite, può significare, come ebbe a dire Benedetto XVI, quando lasciò, che la Chiesa non è degli uomini, ma di Cristo e che è Lui a guidarla in ogni tempo.
I reali limiti del pensiero e delle riforme papali sono, invece, a mio avviso:

  • ·         la tendenza al decentramento rispetto alla sua figura da un lato e, dall’altro, l’accorpamento di varie funzioni di governance nelle mani di pochi uomini;
  • ·         la maggiore presenza di laici, soprattutto – sia detto senza volontà discriminatoria – di donne in un mondo fino adesso maschile per definizione;
  • una certa strana empatia che include, nel proprio entourage, tutti, fino a non considerare reale e possibile la presenza di lazzaroni e profittatori, pronti a raggirarlo nella sua buona fede;
  • ·     il fidarsi troppo anche di persone esterne al mondo cattolico e/o animate da fini non proprio cristiani (vedere il caso dei colloqui con il giornalista e scrittore Eugenio Scalfari o i casi di Francesca Pardi e le presunte benedizioni dei libri gender e degli occupanti romani di Andrea Alzetta detto “Tarzan”).

Cos’altro dire? Io credo che ogni uomo, fosse anche il Papa quando non parla ex cathedra e a nome di tutta la Chiesa, è soggetto all’errore (fosse anche solo di prospettiva) come qualsiasi uomo. Noi, dunque, dovremmo solo pregare che il Signore rinvigorisca la Chiesa e la sua autorevolezza con il Suo Spirito e dia forza, salute e coraggio al Suo timoniere per dissipare le tenebre di questo nostro mondo infiacchito da troppa mondanità.

mercoledì 2 settembre 2015

Cosa ci aspettiamo dagli organismi internazionali.



Due eventi auspicati da tempo, ma forse non propriamente attesi, si prospettano all’orizzonte: la conferenza ONU e quella europea sul tema delle migrazioni. La prima prevista per il 20 settembre, la seconda per il 14 dello stesso mese. Intanto le morti in mare aumentano, i nostri politici locali – anche quelli cristiani, ahimè! – non solo, ma forse comprensibilmente, non riescono a dare risposte adeguate sia al problema grande (cioè quello dell’accoglienza, perché, checché se ne pensi, quando vedi centinaia di disperati in mare in pericolo di vita, umanità e legge vogliono che vengano recuperati e sbarcati nel primo porto, e questo è previsto anche per i clandestini) sia a tutte le altre piccole (diciamo piccole!) difficoltà connesse (nei tanti talk show, che la TV ci propone, nei social network e nell’opinione comune della gente, che incontri per strada, scopri il disagio di quella che è stata chiamata “la guerra fra poveri”). E il perché si può capire facilmente. Una nazione sola – e non importa che sia l’Italia o la Francia o la Germania o un’altra qualunque delle rimanenti europee – non può sobbarcarsi il peso di un evento globale ed epocale come quello che stiamo vivendo.
Come sarà valutata, dunque, la posizione italiana di chiusura verso la possibilità di sospendere Schengen da quei Paesi che mostrano una grande voglia di chiudere, invece, le frontiere (e mi pare che siano un bel numero, senza contare la Gran Bretagna, che vorrebbe chiudere anche ai disoccupati comunitari)?
Chi ha letto i miei interventi (anche su Facebook) sa come la penso su ciò che sta succedendo e come non amo le posizioni di chi vuol lasciare a se stessi questi nostri fratelli. Ma – e qui non vorrei essere frainteso né chiamato voltagabbana – un conto sono le persone, un conto le politiche.

«Il Giornale» online del 30 agosto riportava due articoli, in cui, rispettivamente, Magdi Cristiano Allam (leggi) e il politologo statunitense Edward Luttwak (qui) si scagliavano contro Papa Francesco per accusarlo di non capire quello che sta succedendo in Europa, e segnatamente il fatto che stiamo assistendo inermi al crollo dell’Europa cristiana e alla sua conseguente islamizzazione.

I due articoli si accompagnano ad un terzo articolo molto dettagliato di Antonio Socci su «Libero» dello stesso 30 agosto, fruibile dal suo blog “Lo Straniero” (leggi).
Naturalmente, anche se non tutti, molti sapranno che il giornalista e scrittore senese è antibergogliano fin nel DNA da subito (si ricorda qui il suo libro «Non è Francesco», in cui si sostiene, Universi Dominici gregis alla mano, che l’elezione del cardinale Jorge Mario Bergoglio al soglio pontificio non avrebbe rispettato le norme di S. Giovanni Paolo II per i conclavi che avrebbero eletto i Papi a cominciare dal suo immediato successore e, dunque, sarebbe nulla) e, quindi, quei molti diranno che la cosa non fa testo. Ma non è questo il luogo per discutere di un libro che, fra l’altro, non ho ancora letto. Quello che voglio dire è che l’articolo di Socci è l’opinione di un prevenuto, per il quale Papa Francesco sarebbe una sorta di Antipapa tra l’altro anche distruttore della dottrina tradizionale, e, dunque, andrebbe preso con le dovute cautele. Lo cito solo per “dovere d’ufficio”: ciascuno è libero di pensarla come crede. Per il sottoscritto Francesco è il Papa uscito da un conclave e mai ufficialmente sconfessato (del resto, credo, per farlo occorrerebbe un Concilio Ecumenico apposito).
Certo, vi sono alcune posizioni che fanno pensare, ma credo sia un po’ presto per giudicare.
Ma torniamo a noi.
Accusare il Papa di non saper giudicare quello che sta accadendo mi lascia senza parole e mi fa pensare. Sì, l’Europa sta correndo, oggettivamente, un grave rischio, ma siamo sicuri che le colpe siano tutte del Papa? Siamo sicuri che siano proprio i suoi richiami a sfaldare un tessuto già rattoppato da tempo? Nel post precedente ho accennato a quello che credo essere il compito degli uomini di Chiesa.
La Chiesa deve dare delle indicazioni e la sua bussola non può essere altro che la parola di Dio e il Magistero. Il Santo Padre, dunque, non interrompe, come vorrebbe Socci, una Tradizione né pretende stravolgerla, tanto è vero che lo stesso Socci cita testi che non potrebbero in alcun modo contraddire ciò che dice il Pontefice. Il problema, semmai, è la prospettiva da cui guarda Francesco e quella da cui dovrebbero guardare i politici. Il Capo della Chiesa Cattolica pone l’accento sull’emergenza, non sul retroterra. Egli dice soltanto che a coloro che bussano alla porta bisogna aprire. Non mi pare che entri nel merito di ciò che bisognerebbe fare. Questo è campo della politica, che, in questo caso, dovrebbe tener conto che legge e umanità impongono certi comportamenti, comportamenti concreti, che il Papa indica come ineludibili. Dopo sarà la politica a trovare le strade opportune per risolvere concretamente i problemi, avendo come punto di riferimento la concreta giustizia e, come finalità, il bene per tutti, autoctoni e stranieri (pretestuoso, naturalmente, polemizzare su chi debba essere soddisfatto per primo. Una volta instaurata la reale uguaglianza, il problema non si porrebbe).

Le complicazioni nascono quando il bene e la giustizia sono a senso unico, perché un conto è aiutare ad uscire dalle difficoltà, un altro conto servirsi di chi è in difficoltà per secondi fini, quali che siano. L’uomo non può essere un mezzo. Mai! L’UE e l’ONU, dunque, non dovranno imporre ciò che singoli Stati non potrebbero essere in grado di sopportare e i singoli Stati non dovranno chiudersi preventivamente a logiche di elementare solidarietà.
Riguardo all’islamizzazione dell’Europa, poi, il discorso è molto più profondo e non credo, qui, esserci spazio per affrontarlo senza tediare il lettore con un discorso più lungo, che non potrà non investire il Concilio Vaticano II e la sua conseguente nuova valutazione delle altre religioni e dei loro contenuti. Un discorso che esula dalle mie competenze. Un giudizio abbastanza superficiale chiama in causa, da un lato la lotta al relativismo tanto cara a Benedetto XVI – e, in realtà, alquanto abbandonata da Francesco –, dall’altro una più forte presenza, sul territorio, dello Stato con le sue leggi (e, qui, non parlo delle forze dell'ordine, che sono naturalmente chiamate al loro servizio trattando paritariamente sia italiani sia stranieri, ma piuttosto quella parte dello Stato preposta alla produzione della Cultura - senza escludere giornalisti, scrittori e artisti vari - alla valutazione e conservazione di essa e alla sua trasmissione alle generazioni future, compito, quest'ultimo cui dovrebbero prestarsi precipuamente scuole e università, ma anche musei, biblioteche e siti archeologici, cui dovrebbe essere dedicata adeguata cura e protezione, anche internazionale).

Le assemblee prossime venture, e soprattutto quella che si terrà all’ONU, dovranno, più che dare soluzioni pratiche, impostare il problema in modo diverso: combattere, piuttosto, il traffico di esseri umani e creare pace e sviluppo nei territori da dove provengono i migranti, onde cominciare ad inculcare nelle giovani generazioni una mentalità simile a quella auspicata ad esempio dai vescovi congolesi per i giovani africani, ma mutatis mutandis il discorso può valere anche per molte nazioni asiatiche: lavorare per il proprio Paese è possibile. E, insieme, cercare di creare, o rinforzare dove già c'è, questa consapevolezza che ciò che fa una Nazione, oltre confini ed etnie, è il richiamo ad una Cultura ben precisa.
Chi crede, dunque, dovrebbe pregare per questo; chi può dovrebbe agire.

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