venerdì 26 aprile 2013

Pesanti "segreti", quelli di Hannah Richell!




Venduto in venti Paesi, giudicato assai positivamente dalla critica e premiato dai librai, Le bambine che cercavano conchiglie (o, con il titolo originale inglese, The secrets of the Tide, come cercherò di spiegare, molto più calzante; Garzanti, febbraio 2013, pagg. 416, € 18, 60) è l’opera prima di una esordiente inglese naturalizzata australiana proveniente dal mondo del cinema.
La trama si racconta in due parole: una donna, travolta da sensi di colpa causati da un tremendo passato che ha disgregato la sua famiglia, per amore del bambino che porta in grembo, si mette in viaggio (un viaggio che sarà anche interiore) per cercare di recuperare rapporti interrotti e “guarire” dal proprio travaglio.
L’intreccio, ovviamente, è molto più articolato e, ad onor del vero, caratterizzato da una scrittura non sempre d’alto livello. Interessante è, però, come l’autrice sviluppa questa semplice trama fino a costruire una sorta di romanzo di formazione, in cui, però, è l’intera famiglia a crescere e a superare la crisi (che, poi, non sarà, come spiegherò più avanti un vero e proprio superamento, ma solo una parvenza di superamento). Ciò che, a mio avviso, rappresenta, invece, una delle pecche più gravi è la suddivisione non nei capitoli tradizionali, ma in unità tematiche dal contenuto più “psicologico” che “cronologico”. Le unità narrative segnalano, all’interno del romanzo, due piani temporali, quello dell’oggi della protagonista, Dora, e quello del passato, risalente a undici anni prima, e della tragedia che ha disgregato la famiglia. Una soluzione molto ben azzeccata per un romanzo costruito sul passato e sulla sua “fruizione psicologica” da parte di chi l’ha vissuto, ma non ben gestita fino in fondo, poiché questi flashback sono completamente autonomi rispetto al resto della storia, non costituiscono, come sarebbe stato più opportuno, ricordi di Dora o racconti dei vari personaggi protagonisti di questi altri “segmenti temporali”, ma semplicemente un ampio antefatto contenente troppi particolari.
La vera protagonista della storia, dunque, è l’intera famiglia Tide (Richard e Helen con le loro figlie Cassandra, o Cassie o anche Cass, e Pandora, o Dora) che, come detto, a poco a poco, prende consapevolezza di sé grazie al parziale superamento della crisi in cui l’aveva gettata la drammatica perdita di un altro componente, il piccolo Alfred, o Alfie, vicenda che tinge il romanzo di una stimolante vena noir. La famiglia, dunque. E, credo, non solo i Tide, ma proprio l’istituzione in sé della famiglia, cioè quella cellula primaria della società che oggi tutti dicono di difendere, ma che tutti bistrattano e cercano in ogni modo di distruggere.
La Richell, dunque, dal suo personalissimo punto di vista, attraverso la vicenda dei Tide, mostra come i rapporti all’interno di una famiglia tendano a sfaldarsi quando si spezza “il sottile ma resistente filo che la tiene insieme” (per riprendere un’espressione del recensionista del Daily Mail). E, leggendo il romanzo, si capisce molto bene che questo “sottile ma resistente filo” è la fiducia, una fiducia, però, che non è la semplice stima dell’uno per l’altro (che già sarebbe tanto), ma quel sentimento che ti permette di affidarti a chi ti sta vicino perché sai che, al di là delle apparenze, questi vuole ciò che vuoi tu, anche se, magari, in maniera diversa. Nel romanzo, infatti, l’inizio della disgregazione è costituito dalla morte dei genitori di Richard e, precisamente, quando l’uomo comincia a prendersi cura della villa dove abitavano, venerandola come un santuario e imponendo alla famiglia un mal digerito trasloco. Le bambine amano quel posto e, in particolare, il vicino mare e le sue coste alte e rocciose, dove, spesso passeggiano e si divertono a raccogliere conchiglie, ma Helen riesce a vedere solo l’egoistico ed infantile attaccamento del marito a quella casa e l’imposizione di una vita lontana dal mondo accademico londinese, di cui faceva parte (anche se il marito le ha promesso che sarà solo fino a quando le bambine saranno più grandi).
Tutto questo insinua nel suo animo il dubbio che Richard non l’ami più come una volta. La nascita di un terzo figlio, che Helen, forse un po’ per compiacere il marito, chiama Alfred, o Alfie, come suo padre, sembra consolarla un po’, ma è l’inizio della fine della famiglia, poiché segna il reciproco allontanamento tra la madre e le figlie, allontanamento di cui risentirà anche lei, perché i rapporti umani si nutrono di reciprocità. È adesso che un pittore, conosciuto per caso in una galleria d’arte dove esponeva e ritrovato come collega nell’Università dove, nel frattempo, è ritornata ad insegnare, diventa il suo amante, circostanza che causerà tutta una serie di eventi che, indirettamente, porteranno alla morte di una creatura innocente, all’inizio di una complessa ridda di sensi di colpa e di accuse scambievoli che mineranno in profondità i rapporti fra i membri della famiglia, provocando l’allontanamento dei membri.


L’aspetto noir.

Il romanzo ha, innegabilmente, anche un aspetto noir. Lo innesca la morte del piccolo Alfie. Essa avviene grazie all’egoismo dei suoi genitori e al senso di ribellione e alla sbadataggine delle sorelle maggiori, soprattutto della più grande, Cassie, ormai sulla soglia dell’adolescenza. La ragazza, alla ricerca di quelle attenzioni di cui ha bisogno una giovinetta che diventa donna, è presa da un senso di ribellione di fronte all’atteggiamento dei genitori, che hanno rivolto la maggior parte delle loro cure verso il nuovo arrivato. Dapprima, dunque, cerca di coinvolgere Dora in una sorta di patto di mutua assistenza, in un secondo tempo, si chiude in se stessa e la sua aggressività sfocerà in segreti gesti autolesionisti, fumo di marijuana e, infine, nella scoperta della propria omosessualità. Il suo desiderio di trasgressione farà precipitare l’equilibrio precario creatosi all’interno della famiglia.

«È una bella giornata estiva. Richard è al lavoro. Helen, già in ferie dall’università, con una scusa scappa dall’amante e affida il piccolo Alfie alle ragazze, che, per non rinunciare ad una giornata di mare se lo portano dietro al Dirupo, uno delle tante cavità scavate nelle coste alte e rocciose del Dorset, luogo segreto frequentato da innamorati in cerca di intimità, dove Cassie ha progettato di appartarsi e, all’insaputa della sorella, avere, tra i fumi della droga, il primo rapporto con l’amica Sam. Una puntata al bar e l’indugio con un amico di scuola da parte di Dora farà perdere e, successivamente, annegare il bambino che, trascurato da entrambe le sorelle, si è messo a giocare da solo.
Il corpo del piccolo Alfie non sarà mai ritrovato e la verità vera non sarà mai nota (solamente nelle ultime pagine, consapevolmente ed inconsapevolmente, tutti i nodi verranno al pettine) e ciascuno dei Tide si porterà dentro la sua parte di colpa, soffrendo per proprio conto e facendo soffrire gli altri: in primo luogo Helen, che allo strazio della perdita del figlio deve aggiungere il dolore per il doppio tradimento nei confronti di un marito, che contrariamente a quanto aveva precedentemente creduto si è mostrato un uomo buono e generoso, e dello stesso Alfie, poi Richard, distrutto da una presunta incapacità nel portare avanti, insieme alla Polizia, le ricerche del figlio e dall’inettitudine alla protezione della famiglia, Dora, che unica ad aver confessato alla madre quella che crede la ragione della tragedia, ma che è soltanto la sua parte di colpa, soffrirà un vero e proprio ripudio da parte della madre e, infine, Cassie, che, consapevole di essere la vera colpevole, prima di risistemare la sua vita attorno ad un progetto di agricoltura biologica insieme alla sua compagna e ad alcuni amici, scappa di casa e arriva a tentare il suicidio.»

Credo che sia chiaro, dunque, che l’aspetto più originale di questo noir sui generis sia, non tanto la scoperta di come sono andate le cose (che il lettore, almeno per sommi capi, conosce perché narrati nei “flashback”), ma piuttosto la suspense della modalità con cui ciascuno dei personaggi cerca di mettere a posto o almeno di rivelare le sue colpe vere o presunte, rivelazioni delle varie verità, però, che non apporteranno alcuna modifica sostanziale agli equilibri creatisi dopo il fattaccio né potrà esserci davvero un perdono (perdono di cui parla il critico del periodico Grazia UK), proprio perché il perdono sottintende un cambiamento. L’atto finale del romanzo sarà il matrimonio di Dora e del compagno Daniel (Dan), evento sancito dalla nascita della loro figlia, che, non a caso, chiameranno Speranza, cioè con il nome che diamo a quell’attesa di eventi che ci permette di vivere il presente in attesa di un futuro migliore.
Ma è possibile un futuro migliore senza il definitivo e volontario superamento delle impasse presenti?


Forma narrativa.

Le bambine che cercavano conchiglie è un romanzo grosso, e non solo in senso quantitativo, ma anche qualitativo. A mio parere, la Richell ha parlato di molte cose, ma non è riuscita pienamente a gestire la mole di informazioni. Ho ampiamente illustrato la presenza dei due piani del passato e del presente e dei vari protagonisti al centro delle unità narrative. Da qui – credo sia facile dedurlo – scaturisce la presenza di vari punti di vista (anche se mascherati da una uniforme terza persona onnisciente), cosa che, diciamolo francamente, un bravo scrittore dovrebbe evitare. Credo, dunque, di non scandalizzare nessuno se dico che questo romanzo, benché di grande successo e nonostante sia passato al vaglio di un agente letterario, rimane l’opera di un’esordiente proveniente dal mondo del cinema, cioè da un’arte nella quale la presenza di flashback e di più piani serve a risolvere numerosi problemi narrativi. In letteratura, però, i problemi narrativi vanno risolti in ben altro modo e, nel nostro caso, quello che sarebbe servito alla nostra esordiente sarebbe stata una sostanziosa scrematura nell’intreccio ed una maggiore unitarietà nella narrazione. A parte queste pecche, che, a quanto pare, la critica e il pubblico non hanno notato, però, questo romanzo rappresenta una lettura piacevole, in cui si fanno notare, oltre alle dinamiche psicologiche rese con buon realismo, anche un linguaggio scorrevole e privo di volgarità e il pudore, per altro forse tipicamente anglosassone (Niente sesso, siamo inglesi! recitava una vecchia commedia americana del 1971, portata in Italia da Garinei e Giovannini due anni dopo, ma di grande successo fino agli anni ottanta), nella descrizione di particolari scabrosi che un certo tipo di letteratura nostrana molto in voga avrebbe senz’altro esaltato.

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