martedì 18 agosto 2009

L'incidente. (2)

Quando il Cardini fu uscito dall'ufficio, De Simone fece notare al commissario che la descrizione della vettura e il suo numero di targa corrispondevano ai dati di quella che aveva avuto 'incidente sulla Statale.
- Sì, è proprio quella! - annuì Gregorio.
In quel momento, un agente della Scientifica portò il braccialetto e l'orologio trovati addosso al cadavere, insieme ad una fotografia che ingrandiva la targhetta con il nome sul bracciale. Qui, sebbene in modo molto sbiadito, si poteva leggere un nome femminile: Laura. Adesso, il commissario era sicuro riguardo al proprietario dell'auto e all'identità del guidatore, ma, per poter dare la notizia all'ingegnere, doveva conoscere l'esito dell'autopsia e le cause precise del decesso della donna. Pensò di fare un salto all'Istituto di Medicina legale. Con un po' di fortuna, avrebbe potuto trovare il primario, dottor Corti, e, magari, avrebbe conosciuto in anteprima i risultati dell'autopsia. Se questi avessero confermato le sue ipotesi, avrebbe dovuto avvisare l'ingegnere e aprire un'inchiesta contro ignoti per omicidio.
Il responsabile del reparto se n'era appena andato, ma aveva lasciato per Loiacono un ampio fascicolo che documentava un'analisi minuziosa del cadavere. Si trattava di un individuo di sesso femminile, di non oltre quarant'anni di età e di statura media. Dall'esame accurato degli organi interni, dei polmoni in particolare, si evinceva che era stata un'accanita fumatrice. Nel sangue c'erano tracce di oppio e questo faceva capire che, quando guidava, non era perfettamente lucida. Anche un altro particolare dell'analisi necroscopica faceva pensare: il cranio, ll'altezza dell'occipite, mostrava una piccola frattura, come se fosse stata prodotta dall'impugnatura di un martello o da qualche altro arnese del genere. Il commissario vide, dunque, rafforzarsi la sua ipotesi: quello strano incidente era stato provocato. Secondo il funzionario, le cose erano andate nel modo seguente: la donna si trovava a bordo della vettura con qualcuno che aveva intenzione di ucciderla, di uccidere proprio lei e non il marito, qualcuno che aveva cercato di fare un lavoretto pulito, ma aveva commesso degli errori. Il presunto assassino l'aveva drogata con una sigaretta contenente oppio e l'aveva uccisa, spaccandole il cranio. Dopo di ciò, aveva simulato l'incidente.
Per cercare altri indizi, Loiacono decise di recarsi al garage dove avevano portato i resti del veicolo.
Poi, avrebbe senz'altro avvisato l'ingegnere.
- Signor commissario, venga a vedere che cosa abbiamo trovato!
Alcuni agenti avevano trovato, nei pressi del luogo dell' "incidente", una tanica sporca di benzina e un piccolo dizionario della lingua italiana recante sul frontespizio una frase, scritta con una biro, a caratteri che sembravano arabi. Il commissario, agitando il piccolo dizionario, disse a De Simone:
- Adesso siamo veramente sicuri che si tratta di un omicidio e sappiamo anche dove indagare. Andiamo da Cardini!
Arrivati davanti all'abitazione dell'ingegnere - una grande villa a due piani, situata alla periferia della città - i due poliziotti suonarono al campanello. Al citofono un'anziana voce femminile aveva domandato chi era e alla risposta "Polizia!", il cancello si aprì di scatto, mentre sulla soglia della porta, in fondo al vialetto, comparve una donna d'età piuttosto avanzata, che li invitò ad entrare. Il padrone - che al momento era nel suo studio al piano superiore - sarebbe sceso subito.
- Da quando la signora è scomparsa, non è più lui! - commentò la donna.
- Lei chi è? - si informò il commissario.
- Lavoro come governante in questa casa.
- Com'erano i rapporti fra l'ingegnere e sua moglie?
- Ottimi! - non esitò a rispondere la donna. - Vivevano in perfetta armonia.
- Era ricca la signora?
La donna sorrise.
- Macché! Il suo lavoro d'insegnante la faceva vivere bene, ma solo con il matrimonio aveva raggiunto una certa agiatezza.
Mentre parlava, li introdusse in salotto, poi li lasciò e andò a chiamare l'ingegnere.
Nell'attesa, i due uomini si guardavano attorno e non poterono fare a meno di notare la raffinatezza con cui era arredata quella stanza.
L'ingegnere non si fece attendere molto.
- Oh, signor commissario! - esclamò. - La prego, si accomodi!
- Togliamo subito il disturbo!
- Siamo venuti a chiederle se riconosce questi oggetti. - intervenne De Simone, presentandogli il sacchetto di plastica con l'orologio e il braccialetto trovati addosso al cadavere.
- Non è facile riconoscerli, ma si direbbero l'orologio e il braccialetto d'argento di mia moglie. - rispose l'uomo, dopo averli esaminati ben bene - L'avete trovata?
- Sì, signor Cardini! - rispose il commissario con deferenza. - Morta!
L'ingegnere, pur aspettandosi una notizia del genere, rimase senza parole. Domandò di poter prendere qualcosa di forte. Dal mobile-bar tolse un Chivas Regal e ne versò in tre bicchieri. Dopo averlo mandato giù tutto d’un fiato, volle conoscere le circostanze del ritrovamento.
Mentre sorseggiava il whisky, il commissario spiegò che, nel primissimo pomeriggio, una pattuglia della Stradale aveva segnalato la presenza, sulla Statale, a pochi chilometri dalla città, di un'auto in fiamme. Sembrava che la vettura avesse sfondato il guard-rail per la forte velocità e si fosse schiantata contro un albero, incendiandosi. Erano subito intervenuti i Vigili del Fuoco, erano stati approntati tutti i soccorsi del caso con tempestività, ma per la donna al volante non c'era stato niente da fare. I soccorritori l'avevano trovata carbonizzata, come quegli oggetti, che gli aveva fatto vedere l'agente. L'identificazione era stata possibile solo tramite quello che la donna portava con sé. Le indagini ufficialmente vertevano su un incidente stradale, ma alcuni indizi facevano pensare ad un omicidio. Era stata, in particolare, osservata la presenza, nel sangue, di una certa dose di oppio e di una frattura da corpo contundente sul cranio.
- Lei pensa, dunque, che mia moglie sia stata assassinata e che l'auto sia stata incendiata dopo l'omicidio? - domandò Cardini.
- Non è un'ipotesi, è una certezza! - precisò il commissario. - Sul luogo dell'incidente abbiamo trovato una tanica sporca di benzina e un piccolo dizionario d'Italiano.
De Simone mostrò all'uomo quest'ultimo reperto. L'ingegnere lo esaminò. Guardò la frase in arabo, dichiarò che personalmente non conosceva nessun arabo, ma non poteva escludere che l'"affare" potesse interessare anche qualche Paese arabo.
Loiacono sapeva già la risposta che avrebbe ottenuto, ma quella domanda volle porla ugualmente:
- Sua moglie faceva uso di stupefacenti?
L'ingegnere, irritato, rispose:
- Certo che no! Siamo gente perbene, noi!
- Non lo metto in dubbio, ma alle volte…
- Alle volte… niente! D’altra parte, nel suo organismo c’era già troppa nicotina. E, adesso, lasciatemi: sono troppo sconvolto.
Il commissario rimase in silenzio. Per come si erano messe le cose, avrebbe dovuto conoscere meglio la vittima e il suo mondo. Pensò di ritornare il giorno dopo per risentire la governante.
Mentre lui e l’agente lasciavano l’abitazione, l’ingegnere domandò perché gli aveva fatto quella domanda.
Il commissario rivelò quello che si evinceva dall’autopsia.
- Criminali! – inveì l’uomo. – Hanno provocato l’incidente con la droga… Non ha capito più niente ed è andata a sbattere…
- Non proprio! – annuì Loiacono. – Quello che ci ha portato sulla pista giusta è stata una botta in testa, vera causa di morte.
- Cosa vuol dire?
- Oltre alla droga, l'autopsia ha rivelato che sua moglie era stata prima colpita alla testa. E, qui, l'assassino ha commesso l'errore, forse, più grosso. Per colpirla alla testa, infatti, sapeva bene chi era. L’ipotesi che avanzò lei nel mio ufficio, secondo cui li avrebbe tratti in inganno l'auto, ma che volevano, in realtà, colpire lei, non regge più. Adesso possiamo dire con tutta certezza che l’assassino voleva colpire proprio sua moglie.
- Capisco!
Il mattino seguente, quando Loiacono e l’agente ritornarono a casa Cardini, l'ingegnere si era già recato al lavoro. La governante li fece accomodare in salotto. Il commissario espresse il desiderio di sapere qualcosa di più sulla signora, sulle sue frequentazioni, le sue amicizie e tutto ciò che avrebbe potuto fornire elementi utili alla ricostruzione della sua vita privata e sociale.
L’anziana donna riferì che la vittima era stata una brava padrona di casa e una buona moglie. I coniugi Cardini erano stati una coppia unita e felice. L'ingegnere - un uomo già affermato nel suo campo - le aveva dato un nome illustre e un non disprezzabile patrimonio. Lei lo aveva ricambiato con un amore a tutta prova e la possibilità di una vita tranquilla. Non aveva mai avuto grandi pretese mondane, ma aveva sempre coltivato con ogni cura le piccole gioie di tutti i giorni: la casa, la famiglia - e non soltanto il marito, ma anche i genitori, in particolare la madre, gravemente malata... - Qualche volta, si lamentava di condurre un’esistenza piatta, ma erano lamentele "di facciata", sfoghi in momenti di tristezza o di debolezza. Tutti coloro che la conoscevano sapevano che era contenta della sua vita. Unico rammarico era stato quello di non aver avuto figli. Del resto, però, era andata così e sarebbe stato inutile "farci sangue acido". Riguardo alle sue amicizie non c’era granché da dire. Conosceva tanta gente e intratteneva buoni rapporti con tutti: i suoi colleghi, gli amici e i colleghi del marito (gente un po' snob per i suoi gusti), genitori di alunni... Frequentava tutti con una certa grazia. Tutti le volevano bene e la giudicavano un'ottima compagnia. Le amicizie autentiche, però, restavano poche.
- Un'esistenza normale, dunque! - osservò il commissario.
- Certo! - riprese la donna. - A qualcuno, forse, sarebbe sembrata perfino banale, ma i signori erano contenti così.
- E a scuola che si diceva di lei? Come si comportavano i suoi colleghi o gli studenti nei suoi confronti? Sa dirmi qualcosa?
- Ho sentito spesso la signora lamentarsi di tutti i suoi studenti. Di questi tempi, posso pensare che pochi parlassero bene di lei o provassero simpatia nei suoi confronti.
- E i suoi rapporti con lei com'erano? Voglio dire, come padrona di casa com'era?
- Ad essere sincera, con me era molto esigente, quasi maniacale. Voleva che tutto fosse impeccabile e quando qualcosa non le andava a genio... apriti, cielo! Tutto sommato, però, non ho mai potuto lamentare un maltrattamento, di qualunque tipo.
Il commissario stette a rimuginare per un po’, poi domandò:
- Prendeva farmaci, la signora?
- Ma quando mai! Eppure, fumava come una turca. Non ho mai capito come poteva aver raggiunto i suoi quarantadue anni con il cuore e i polmoni sani.
Loiacono considerò esaurito il colloquio. Salutò e uscì.
Mentre apriva la portiera dell'auto, sostò a riflettere su un particolare della testimonianza: l'accenno ai rapporti non proprio idilliaci della vittima con gli studenti. Sul momento, non sapeva cosa pensare, ma era sicuro di dover visitare il liceo "A. Scacchi". Qualcosa sarebbe venuta fuori.
E fu una visita fruttuosa, che aprì davvero una nuova pista. Il primo ad essere sentito fu il Dirigente scolastico. Questi rivelò che la professoressa Valle aveva inoltrato una domanda di trasferimento. Non che avesse avuto contrasti con lui, che aveva sempre dimostrato di tenere un dialogo continuo e proficuo con tutti gli insegnanti e aveva fatto e detto molto perché la professoressa in questione ritirasse la sua domanda e rimanesse in quella scuola, ma per il fatto che trovava quell'ambiente incompatibile con il suo modo di essere.
- Aveva avuto qualche screzio con i colleghi o con gli studenti?
- Dei rapporti che intratteneva con i colleghi potrà sentire i diretti interessati... Io posso solo dire che è accaduto spesso che studenti venissero a lamentarsi di lei, e anche in modo pesante. Secondo me, dovrebbe indagare più fra i ragazzi che fra i colleghi.
- Qualcuno degli studenti potrebbe essere arrivato anche ad uccidere?
- Non mi sentirei di escluderlo del tutto!
- Lei ritiene davvero possibile che nella scuola si trovi gente disposta anche a forme estreme di violenza? – domandò, con meraviglia, De Simone.
- Vede, agente, gli studenti di oggi - anche nei licei, non soltanto nelle università - non sono più quelli, non dico della nostra generazione, ma anche di tempi più recenti. Noi, ad esempio, prima della famosa contestazione, potevamo sembrare bambini un po' incoscienti. Oggi è diverso. Oggi la società italiana è più aperta al resto del mondo e anche la scuola è aperta alle esigenze della società. Ecco, dunque, che assistiamo a manifestazioni obsolete...
- Lei chiama "manifestazione obsoleta" un omicidio? - lo interruppe il commissario.
- Non esattamente! Penso alla politicizzazione della scuola. E non escludo che qualcuno, per motivi ideologici, possa aver ucciso.
Quanto stava dicendo il Dirigente suscitava non poche perplessità nel commissario: era chiaro che in quella scuola, qualcosa era successo. Ma che cosa? E perché il Dirigente era reticente a parlarne? Loiacono domandò esplicitamente quali erano state le lamentele degli studenti nei confronti della professoressa Cardini. Il capo d'istituto dapprima rispose, alquanto evasivamente, che, per la maggior parte, si era trattato di normale routine scolastica: voti giudicati ingiusti, contestazioni sull'assegnazione dei compiti da svolgere a casa, durezza nelle interrogazioni..., ma, poi, di fronte all'atteggiamento evidentemente scettico dei poliziotti, confessò che, qualche tempo prima, c'era stato anche un evento molto più serio, che aveva scatenato profonde polemiche tra studenti e insegnanti: il caso di una studentessa musulmana, che si era lamentata perché le era stato contestato l'uso del chador, il velo con cui le donne islamiche devono coprirsi il capo.
- Qui, dunque, avete studenti provenienti dal mondo arabo? - domandò il commissario, che finalmente vedeva apparire una traccia significativa.
- Sicuro! E non solo la studentessa in questione.

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